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The Lumineers: il folk raccontato alle nuove generazioni

Il folk è uno degli stili più longevi. Nato come forma nobile di comunicazione, nel corso della sua lunga vita ha conservato la sua genesi semplice e rurale generando molteplici interpreti del genere, che hanno contribuito negli anni alla prepotente diffusione di una delle musicalità più vere e sincere. In un mondo contaminato da irriverenti tecnologie al servizio del music business, oggi c’è anche spazio per un chi la musica la interpreta poeticamente, con una chitarra acustica e poco di più senza molti stratagemmi, come quando tutto e’ iniziato: basta una voce calda ed accomodante, un cassa a tempo ed un conturbante violino per essere efficaci.

Il segreto dei The Lumineers passa essenzialmente da questi piccoli ingredienti, che decretano un successo meritato in un Alcatraz gremito, in un una data andata sold out pochi giorni dopo l’annuncio del tour europeo (si replica all’Arena di Verona il prossimo 12 luglio 2020). Il concerto è una sorta di viaggio alle radici del folk, condotto con grande maestria da Wesley Schultz, che in modo sempre pacato e gentile, prende per mano il pubblico portandolo dolcemente in ogni angolo della sua introspettiva scrittura musicale, molto spesso gioiosa e festante.

Accanto a lui fra gli altri, la scena è tutta per il batterista Jeremiah Fraites, uno dei fondatori della band, che oltre alla percussioni suona piano, mandolino e chitarra e contribuisce ai cori, vera specialità della band. In un palco semplice ma perfettamente orchestrato dal geniale gioco di luci, la band parte forte sparando subito alcune delle maggiori hit: le mani applaudono al ritmo sfrenato di Cleopatra, il pubblico accompagna la cadenza del pianoforte in Life In The City. Wesley indossa un cappello e intona da solo Dead Sea, mentre la band si schiera al suo fianco al completo in Flowers in Your Hair come i cantastorie nelle piazze ad inizio secolo scorso.

Il pubblico è complice in ogni pezzo, fra didascaliche introduzioni, travolgenti ballate e soprattutto grande divertimento: Schultz rende omaggio a tanto calore, scendendo tra le prime file in Ophelia, mentre la travolgente energia di Gloria, uno dei singoli tratti dal loro ultimo lavoro III, è forse il pezzo più efficace della serata. La band nonostante il notevole successo ha conservato quella semplicità di esecuzione e quella autenticità di intenti che rende tutto credibile e molto affascinante. Molto efficaci anche le eleganti melodie riflessive che soprattutto nella seconda parte dello show trovano spazio: su tutte citiamo le atmosfere di Charlie Boy dove tutto si spegne, si sussurra anche solo per qualche minuto.

Nei bis finali, Angela e soprattutto la conclusiva Stubborn Love decretano il dovuto tributo, fra lunghe ovazioni e meritati consensi. La musica dei The Lumineers ha convinto quindi, scarna, disobbediente, accessibile, spassosa: perché in realtà in fondo al cuore, quello di cui abbiamo bisogno è eliminare il superfluo.

Claudio Morsenchio

Foto di Francesco Prandoni

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