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The Police, i 40 anni di Reggatta de Blanc

Usciva il 2 ottobre di 40 anni fa Reggatta de Blanc, secondo disco dei The Police. Che poi se ci pensi, ai La Polizia, pensi che sono stati una delle rock band più influenti e di successo nella storia della musica. E sei così abituato al pensiero che finisci per sottostimare la portata stessa del loro successo. Il loro successo infatti fu un botto mainstream difficile da inquadrare, a posteriori: in Inghilterra persero tutti la brocca e album e singoli furono numeri uno diretti, senza se e senza ma.

Chissà poi cosa fece davvero innamorare il pubblico inglese alla band di Sting e soci. Il fatto che fossero delle persone colte in grado di lasciarsi andare a schegge punk? Il piglio new wave? L’influenza reggae, che titillava il lato post-colonialista inglese ma tanto soddisfaceva le masse di quegli anni, vessate da crisi energetiche e sociali e bisognose di evasione dalla realtà sognando di luoghi esotici?

Tutti punti validi, ma la verità potrebbe essere un’altra: “self-deprecation”. Non c’è gloria nei loro brani, non c’è salvezza, non c’è redenzione. La musica potrà anche essere trascinante ma l’umore è sempre plumbeo, come il cielo inglese.

La loro top 3 in Spotify, mezzo miliardo di ascolti solo quella in prima posizione tanto per rendere l’idea, consiste in: un brano sull’amore tossico di uno stalker (e che migliaia di giandoni continuano comunque a far suonare imperterriti ai propri matrimoni), la storia di uno che si innamora di una prostituta e cerca di toglierla dalla strada, l’urlo d’aiuto di un uomo dilaniato dalla solitudine. Sì, la terza è Message in a Bottle, il singolo portante del disco, uno dei giri di chitarra più suonati al mondo, perfetta sintesi tra rock e reggae e malinconica considerazione su come tutti, tutti sul pianeta terra, alla fine si sentano soli. E potrebbe proprio essere questo distanziarsi dai luoghi comuni e mandare un messaggio disperato attraverso una faccia (e facciata) da schiaffi come quella di Sting ad aver fatto innamorare gli inglesi.

Essì che al momento di fare il secondo disco, i The Police avevano ben poco di che essere disperati: il debutto era andato benissimo, e avevano racimolato così tanto grano da potersi permettere di produrre il seguito per i fatti loro, senza influenze esterne. Reggata de Blanc quindi persevera per le stesse coordinate di new wave con moltissimo reggae ed attitudine punk e continua a suonare bello secco, registrato praticamente in presa diretta, con le sovraincisioni al minimo.

Eppure, nonostante la situazione favorevole, si trovarono in un momento imbarazzante: Sting, bassista cantante e principale compositore, era a secco di idee. Dovettero faticare non poco per racimolare il materiale, andando pure a recuperare brani già composti in altri contesti, ma questo rese il disco la fatica più collaborativa della band. Primato agrodolce: bella idea sulla carta ma finisce per soffrire un po’ nel lato B, dove le composizioni di Copeland sono più numerose.

Comunque c’è Message in a Bottle, mentre l’altro singolazzo è Walking on the Moon che da sola ci ricorda quanto cazzo sia difficile da suonare, il reggae, tra il registro altissimo di Sting e gli accenti del batterista. La title track nasce da una jam live ed è così e esotica e trascinante da meritarsi un Grammy come miglior strumentale dell’anno (e che effetti la chitarra di Summers!), gli animi più punk vengono saziati con le frenetiche It’s Alright for You e No Time This Time, e i fans della new wave godono con i giri intricati di Bring on the Night che portano il reggae quasi sul progressive.

E’ un gran disco indubbiamente, ma i cali ci sono. I pezzi di Copeland (On Any Other Day e Does Everyone Stare) musicalmente non reggono il passo ma tematicamente saltano alla grande nel mood di “self-deprecating humor” e alienazione. Contact, in verità abbastanza misero, inizia ad introdurre i sintetizzatori che da lì a poco saranno più presenti nel sound della band.

I The Police sono una band così conosciuta che in fondo non si conoscono davvero. Sono una band per tutte le stagioni della vita. All’inizio, in un modo o nell’altro, sei stato esposto a tutti i loro singoli di successo. Ma se ci pensi, ti rendi conto di non averli mai ascoltati abbastanza. E te li devi ascoltare, per bene, finché non vi entrano nelle ossa anche i minimi dettagli, come Copeland picchia il ride e il charleston della sua batteria, o il delay sulla chitarra di Summers. Prendete e godetene tutti.

Marco Brambilla

Foto di Cristina Checchetto

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