Onstage
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55 anni fa usciva l’album di debutto dei Rolling Stones

Recuperare ora il debutto dei Rolling Stones è più che altro un esercizio divertente per il contorno del tutto, più che per il contenuto dell’album. Intenerisce osservare lo stato acerbo della band e colpisce vedere l’aggressiva campagna di marketing che ci stavano costruendo sopra, in modo da sfruttare l’appetito degli americani per le nuove band britanniche (tanto da chiamare la versione USA del disco England’s Newest Hitmakers, giusto per non lasciare adito a dubbi).

Nel 1964 gli Stones erano in giro già da due anni, con la formazione ormai stabile con Jagger alla voce, Richards alle chitarre, Wyman al basso, Watts alla batteria e il mai dimenticato Brian Jones (chitarra, armonica, figaggine). Il sesto componente della band, il pianista Ian Stewart, era stato cortesemente invitato a rimanere come musicista a contratto perché “nessun fan avrebbe potuto ricordarli tutti e sei”. Erano diventati molto conosciuti nel giro dei club, tanto che il management decise di puntare forte sulla band, ad ogni costo.

La casa discografica Decca si era lasciata sfuggire i Beatles? Ai Rolling Stones offrì un contratto impensabile –anche ora- per degli esordienti: soldi, diritti delle proprie canzoni, libertà artistica, possibilità di registrare ovunque. I manager si preoccuparono di tenerli lontano dall’immagine di ragazzini puliti e perbene dei Beatles, evitando i completi leccati e creando ad arte notizie su quanto fossero cattivi ragazzi. La controcultura degli anni ’60 iniziava a fare cassetta, e gli Stones ne dovevano diventare a tutti i costi i ragazzi-immagine. Fun fact: i Beatles erano gli ossi duri, figli di una città di marinai e attaccabrighe, gli Stones erano tutti liceali londinesi figli di papà.

Sempre i manager, manipolarono dei dubbi sondaggi in modo da incoronare gli Stones quale band più popolare d’Inghilterra del 1964, mentirono pure sull’età della band per farli passare come teenagers e completarono il pacchetto con un’inedita copertina senza nomi o loghi, a parte quello dell’etichetta. Solo una foto della band, senza sorrisi, una soluzione senza precedenti che dimostrava quanta cazzimma si sentissero addosso nel lanciare questi sbarbati (e notare come quello che risalta di più dalla copertina sia il biondo Jones).

Per quanto riguarda il contenuto…beh non c’era! I ragazzi non erano ancora in grado di comporre, e l’unica opera a nome Jagger/Richards è un loffio tentativo di pop melenso da classica (Tell Me). Riuscirono a farsi scrivere un pezzo da McCartney/Lennon (I Wanna Be Your Man), usato come bside: il pezzo è orecchiabile ma davvero troppo nelle corde dei Beatles della prima ora…sarà di ispirazione per Jagger/Richards come approccio alla scrittura più che come stile. Per il resto, tengono su la baracca le cover dei classici blues americani che la band era solita proporre nei loro concerti incendiari. Svettano su tutte Not Fade Away di Buddy Holly, inizialmente dedicata solo al pubblico americano, Walking the Dog di Rufus Thomas e soprattutto la trascinante I Just Want to Make Love to You di Willie Dixon.

Spesso si sente dire che gli esordi sono i dischi migliori e che una volta la musica era più genuina: il debutto degli Stones invece dimostra come anche agli albori dell’industria discografica il marketing la facesse da padrone e non sempre il primo tentativo è quello buono. Ci impiegheranno ancora un paio di dischi prima di trovare la propria strada e diventare le Leggende che tutti conosciamo.

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