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Tommy, l’opera rock degli Who, compie 50 anni

Quale miglior modo per iniziare a parlare dell’arte se non attraverso l’arte stessa? Prendete Almost Famous, pellicola del 2000 diretta da Cameron Crowe che qualsiasi appassionato di rock deve aver visto almeno una volta nella vita, e la famosa frase: “Ascolta Tommy con una candela accesa e vedrai davanti a te il tuo futuro”, una contestualizzazione perfetta di quello che potrebbe essere benissimo definito un romanzo di formazione in musica. Il capolavoro degli Who compie 50 anni, un traguardo che il doppio disco pubblicato il 23 maggio 1969 taglia con la stessa energica forza vincente di quando ha visto la luce.

50 ANNI FA…
Il 1969 è stato uno degli anni più significativi della storia recente dell’umanità. Le coscienze si risvegliano, la contestazione (in Italia) arriva al suo apice e il primo uomo sbarca sulla luna. In un clima di fermento globale, anche la musica ne risente positivamente, tanto che sono molti i critici a sostenere che il triennio ’69 /’70 /’71 sia stato il periodo chiave per l’intero pop-rock. In questo contesto si inseriscono gli Who, che dopo essere passati dal “power pop” dei primissimi esordi (vedi I Can’t Explain, singolo del 1964), alle simpatie per la cultura mod (che riproporranno nel 1973 con Quadrophenia), passando per l’autolesionismo più strettamente rock ‘n’ roll e proto-punk (vedi My Generation, 1965), sono finalmente pronti a provare il raggiungimento della maturità tecnica e compositiva con Tommy, il loro lavoro più levigato e complesso.

IL DISCO
Considerato globalmente la prima rock opera in senso stretto (anche se prima degli Who ci hanno provato, non con gli stessi risultati folgoranti, i Kinks), il quarto album di Pete Townshend e soci (che in origine avrebbe dovuto intitolarsi Deaf Dumb and Blind Boy o Amazing Journey), raggiunge uno spessore narrativo del tutto inedito per un’uscita discografica. Come dichiarato in seguito dalla stesso Townshend, compositore di quasi tutto Tommy, “Il protagonista doveva essere sordo, muto e cieco perché, in questo modo, osservato dal nostro già limitato punto di vista, le sue limitazioni sarebbero state un simbolo delle nostre stesse limitazioni”.

Vedere il mondo attraverso l’immaginazione di un ragazzo il cui unico senso ancora funzionante è il tatto, rappresenta per il chitarrista una metafora della propria evasione dalla realtà attraverso l’arte, in un viaggio simbolico che porterà Tommy alla consapevolezza di sé attraverso un percorso di crescita e formazione colmo di personaggi e episodi tanto crudeli quanto bizzarri (dal cugino bullo allo zio viscido, passando per la Acid Queen che lo inizierà alla droga). Inoltre, una grande fonte di ispirazione per Townshend sono stati gli insegnamenti volti alla compassione, all’amore e all’introspezione del maestro spirituale indiano Meher Baba, a cui l’artista si era avvicinato all’epoca. Tommy presenta quindi una miriade di livelli narrativi, che per comodità si possono “ridurre” all’aspetto prettamente musicale, quello delle canzoni pilastro del rock, e al concept sulla vita del giovane protagonista: per farla molto breve, intrattenimento puro, ma non per questo fine a se stesso e scevro di messaggi universali.

Gli Who rifiutano qualsiasi pomposo orpello orchestrale, ed eccezion fatta per il corno francese suonato da John Entwistle nell’overture e per le discrete tastiere di Townshend, elevano a vero protagonista del doppio LP il rock ‘n’ roll, che ha in Pinball Wizard (narra la leggenda che il brano di maggior successo di Tommy sia stato scritto per ingraziarsi Nik Cohn, giornalista del New York Times appassionato di flipper, per l’appunto), Acid Queen e I’m Free i suoi momenti culminanti, testimoniando al tempo stesso i clamorosi progressi tecnico-compositivi raggiunti dai Nostri in soli quattro anni dal debutto. Progressi evidenti inoltre nel cantato di Roger Daltrey, che si pone come prototipo del vocalist anni ’70 anche a livello di immagine, con i suoi iconici capelli lunghi e le altrettanto rappresentative camicie sbottonate. Lo status degli Who dopo la pubblicazione di Tommy, e le esibizioni durante lo stesso anno al festival di Woodstock e dell’Isola di Wight, raggiungerà livelli che per molti versi sono stati conquistati solo dai Led Zeppelin (giusto per citare un esempio non troppo distante sia stilisticamente che geograficamente) e da pochissimi altri nella storia del rock.

…E OGGI
Al momento della sua uscita nei negozi, Tommy ha messo d’accordo sia critica che pubblico, guadagnandosi il secondo posto nella classifica inglese e il quarto negli Stati Uniti e in seguito, adattamenti teatrali e cinematografici (il film del 1975 diretto da Ken Russell è un tripudio di psichedelia, oltre che una parata di stelle del calibro di Elton John, Tina Turner, Eric Clapton, Arthur Brown e Jack Nicholson). Un successo che ci ha consegnato intatto fino ad oggi il mito degli Who, nonostante la scomparsa di Keith Moon e di John Entwistle (rispettivamente nel 1978 e nel 2002), gli scioglimenti, le liti, le reunion, le carriere soliste di Daltrey e Townshend, e un ultimo album di inediti (Endless Wire), che risale al lontano 2006, ma che continua a rivivere grazie alla seconda giovinezza che la nuova incarnazione live dei Nostri sta attraversando negli ultimi anni.
Un concetto, quello della grandezza e del lascito degli Who, che non potrebbe essere espresso meglio da questa celebre dichiarazione di un noto fan della storica formazione, Eddie Vedder: “L’unica cosa che odio degli Who è il modo in cui abbiano sfondato ogni porta che dava sul corridoio ancora intatto del rock ‘n’roll, lasciando a noi musicisti nient’altro che detriti da fare nostri”.

Chiara Borloni

Foto di Elena Di Vincenzo

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