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10 anni fa usciva l’album dei Them Crooked Vultures

Them Crooked Vultures è un progetto nato nel 2009 e che si è concretizzato nell’album omonimo, nato come mega evento ed evolutosi negli anni come pietra miliare dell’alternative rock. I componenti del gruppo non parlano di supergruppo, evocando così la natura di band a tutti gli effetti visti i rapporti stretti tra loro, ma è impossibile non cadere nell’uso del superlativo. Perché di super band si tratta, così come di un super album. L’unicità del progetto è decisiva nel bollare i Them Crooked Vultures come un progetto una tantum formato da tre fenomeni che han deciso di divertirsi insieme. Josh Homme, Dave Grohl, John Paul Jones. Già solo a nominarli ad alta voce viene fuori una melodia accattivante, basta metterli su un palco o dentro uno studio e la magia è fatta.

10 ANNI FA…
Tre generazioni di divi del rock riuniti dentro la stessa bolla musicale. Cominciamo dallo schivo bassista dei Led Zeppelin, John Paul Jones. Con la sua sola presenza dona al progetto un’aura di trascendenza storica, di immortalità immediata. Il gruppo inglese del quale era l’anima più pacata e scostante, è bignami musicale per tre quarti del rock degli ultimi cinquant’anni, e molto del loro stile serpeggia tra le note dei 13 pezzi dell’album.

Ritmi incalzanti e sibillini, che ricordano gli episodi più incendiari del repertorio della ditta Plant, Page e Bonham. Su questi pilastri che penetrano nella solidità dei meandri più iconici della musica rock, si poggia il drumming del secondo mostro sacro della band, quel Dave Grohl che in tutto quello che fa ci mette un’anima rock che lo muove continuamente, sopra e sotto il palco. Quel fuoco che lo ha fatto rialzare a seguito della tragedia umana che ha ucciso i Nirvana, e che lo ha spinto a diventare da batterista di una band iconica a icona stessa del rock contemporaneo. Oltre alla carriera da frontman e principale compositore dei Foo Fighters, i progetti di Dave sono incalcolabili.

Tra questi, gli sporadici ritorni dietro le pelli della batteria sono sempre di portata epica, così come lo fu la sua performance nella registrazione di quello che viene da molti considerato il migliore album dei Queens Of The Stone Age, Songs For The Deaf. E’ proprio il binomio con il terzo mostro sacro del lotto che viene riproposto con i TCV: l’amico Josh Homme, quello che in questo progetto è il più decisivo nel dare, da buon frontman, l’impronta sonora e visiva. Quei pochi fortunati che li hanno visti sul palco, e che quindi hanno dovuto espatriare per quel tour del 2009/2010 che ha toccato l’Europa ma non l’Italia, ha visto sul palco anche Alain Johannes, compositore storico che ha collaborato con tanti artisti della scena grunge oltre che con i QOTSA (oltre ad avere un gruppo molto influente negli anni ’90 chiamato Eleven, e che ha composto e suonato nel tour del primo album solista di Chris Cornell, Euphoria Mourning).

Gli amanti del rock erano reduci da un periodo molto vivace del mainstream, che aveva visto prosperare tutta una schiera di progetti super, su tutti Audioslave e Velvet Revolver. I Festival di quella metà del primo decennio del secondo millennio, erano un marasma di gruppi e musicisti che si incrociavano dietro i palchi, che parlavano delle proprie passioni e spesso si promettevano di incontrarsi al di fuori del circuito per parlare di collaborazioni future auspicate e possibili. Molte venivano alla luce, tante altre morivano nei corridoi e negli uffici delle case discografiche. Fortuna vuole che a personaggi come Grohl e Homme pochi al mondo hanno il coraggio di negare qualcosa. Così quando hanno deciso di dare alla storia una collaborazione più completa e conclusiva di quelle che li vedevano incrociarsi nei rispettivi gruppi (anche Homme ha fatto un ospitata in In Your Honor dei Foo Fighters) la strada era sgombra e le note pronte a sprigionarsi con la rabbia, sregolatezza, eccentricità che tutti si aspettavano dal trio.

IL DISCO
“Sarà il prossimo album e non farà schifo”, dice Dave Grohl in un’intervista riferendosi ai Them Crooked Vultures, e ha mantenuto le promesse. In effetti l’album non fa schifo anzi, tutt’altro. Tempo di arrivare alla parte finale del lavoro, a quel pezzo eccezionale che è Warsaw or The First Breath You Take After You Give Up, l’ascoltatore è totalmente saturato di ritmi e melodie, situazioni musicali grottesche ma grandiose, svolte inaspettate e accelerazioni che lasciano senza fiato.

Tutto il meglio dei gruppi di provenienza dei tre musicisti in una summa esaltante che ha lasciato un tremendo sentimento di abbandono in questi dieci lunghi anni che ci separano dall’uscita di TCV. Psichedelico quanto basta, ha rock in abbondanza, che pur poggiandosi sui modelli più immediati quando si pensa alla storia della musica, riesce a svicolare astutamente da ogni aspettativa. Come quando senti iniziare un discorso e pensi di sapere come finisca, ma l’oratore ti spiazza con qualcosa di totalmente inaspettato e nonostante questo mantiene la coerenza del messaggio e un obiettivo chiaro da raggiungere.

Ci si perde insomma, ma ritrovandosi al contempo ad ogni nota, ogni riff, ogni melodia vocale. Quando hai a che fare con tre musicisti con quel curriculum, non c’è tutta la parte di contrattazione iniziale dove il gruppo deve prima guadagnarsi il tuo rispetto e la tua fiducia, prima di poterti portare dove vuole. L’approccio a TCV nasce da una connessione già acquisita proveniente dall’hype accumulato dei tre gruppi di riferimento, solo un poco offuscato dai tiepidi Era Vulgaris e dalla doppietta dei Foos di In Your Honor e Echoes, Silcence, Patience & Grace. Anzi proprio questa flessione aveva messo in Homme e Grohl la volontà, anzi l’esigenza di togliersi da dosso un po’ di polvere compositiva e di ambiente. La seconda parte dell’album si libera del tutto da ogni costrizione musicale e salpa in mare aperto, incurante dei ritmi serrati mantenuti in tutta la prima parte, lasciandosi andare ad atmosfere sinuose e tenebrose, costruite dalla breve Interlude With Lude e rinforzate da Caligulove.

Il ritmo ledzeppeliano di Gunman è forsennato e condito da una melodia sorniona che è puro marchio Homme. Si chiude con il viaggio allucinato di Spinning in Daffodils con i suoi sette minuti, ma tornando all’inizio, come dicevo, si ha la parte più immediata del disco. Il punto in cui i tre ti dicono a chiare lettere che sono prima di tutto amici, che non sono stati messi dentro uno studio da uno stuolo di colletti bianchi che ha calcolato costi e benefici dell’eventuale progetto. Si tratta di suonare rock e di farlo in un modo esclusivo, in un modo che può nascere solo dalla connessione di questi tre musicisti. Una cosa al di là dei generi e delle influenze.

Si, se estrapoli gli elementi senti il drumming secco, potente di Grohl. Il timbro furfantesco e mellifluo di Homme ha segnato come pochi altri la nostra generazione, così come la sua chitarra, così come i ritmi e la prepotenza di uno dei suoni di basso più caratterizzanti del secolo passato. Ma i richiami e i deja vù finiscono qui. Quello che ci presenta No One Loves Me And Neither I Do è una galoppata rock che sorprende per varietà e potenza. Non è nulla di quello che i fan di Foos, QOTSA o Led Zeppelin hanno mai ascoltato, e che quindi inconsciamente si aspettavano premendo play a TCV. Bullismo musicale che procede con Mind Eraser, No Chaser, si intensifica in un crescendo costante con New Fang e morde sempre più in profondità con l’eccezionale riff di Dead End Friends.

Perdura la magia dell’appagamento dei fan dei tre musicisti tramite le medesime dinamiche che li hanno resi grandi ma senza mai fare copia incolla, auto tributi asettici o echi studiati. Niente qui sa di stantio o già sentito, pur dando all’ascoltatore una sottotraccia di abitudine, un po’ come ci si sente alla serata di apertura per la nuova versione del locale preferito, con colori e mobili nuovi ma le stesse mura e le stesse frequentazioni.
I ritmi accelerano nell’ossessivo cerchio ritmico di Elephants, che poi stupisce al suo interno con un cambio rotta da derapata violenta. I ritmi ancheggianti sono il must dell’album ed eccellono nel falsetto portante di Scumbag Blues. Come ci ha abituato il frontman, tutto quello che concerne la sua discografia e le sue collaborazioni sono impregnate di una tensione sensuale costante, che trasforma le sue ballate in colonne sonore ideali allo sfoggio di passioni, all’incontro di corpi, al calore che sale e che si esplicita nell’atto sessuale.

Così tutte le note dell’album e soprattutto in Bandoliers, uno degli episodi più vicini alle sonorità di quelli che saranno i QOTSA post Era Vulgaris. Ispirazione, tecnica e furia mescolate con un risultato di somma magnificamente esemplificato in Reptile. TCV ti spinge dove non pensavi che i tuoi gusti potessero arrivare: uno dei motivi per cui tantissimi, tra un disco dei Foo Fighters e l’altro, tra una Desert Session e un album dei QOTSA, continuano ad essere tremendamente nostalgici nei confronti di questo trio.

…E OGGI
I fan sono in allerta. Come più volte ripetuto, la nostalgia è grande nei confronti di quest’unico album considerato tra i migliori e più alti momenti dell’alternative rock. Già è da considerare evento l’incontro di tre figure iconiche del rock che rappresentano tre diverse generazioni: quella degli anni ’70, dei ’90 e degli anni 2000.

Nonostante questo, il momento particolare della carriera di Homme e di Grohl ha fatto si che i due musicisti avessero l’esigenza di lavorare liberamente, di divertirsi producendo musica. Un’esigenza a cui i due hanno dimostrato di dover ricorrere spesso. Proprio il recente ritorno delle Desert Session nei volumi 11 & 12 dirette dal frontman dei QOTSA sono un segnale che quel periodo di saturazione e di stanchezza compositiva dei gruppi principali si sta riproponendo. Né Villains né tantomeno Concrete And Gold dei Foo Fighters si sono dimostrati tra gli episodi migliori dei rispettivi cataloghi, e già alcune dichiarazioni sibilline dei protagonisti lasciano presagire la possibilità di un ritorno sulle scene del super gruppo Them Crooked Vultures.

Jones dal canto suo vive la sua solita vita lontano dai riflettori, e la mitologica reunion dei Led Zeppelin rimane nelle parole delle ripetute dichiarazioni di Plant qualcosa di infattibile e moralmente ripudiabile. Il terreno è fertile, la magia siamo sicuri ancora potente e latente pronta ad esplodere. L’unico album dei TCV rischia di perdere unicità storica, ma nel frattempo è ancora lì, datato 2009 ma in realtà fuori dal tempo, dagli stili e dai paragoni, figlio di un’impresa rarissima nel rock. Un alchimia di elementi difficilmente ripetibile, forse l’unico spettro riconoscibile in un tanto desiderato ritorno.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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