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Todays Festival 2019, il racconto della prima giornata

Giunto ormai alla sua 5°edizione, Il TOdays Festival di Torino parte subito col botto e nella prima giornata mette in fila quattro nomi che fanno strabuzzare gli occhi di meraviglia. Quasi non ci si crede, infatti, a tutto quel ben di dio da godere in un unico pomeriggio di sole, vento e musica:
– il veterano del punk Bob Mould (ex Hüsker Dü);
– i beniamini “dell’indie rock che piace alla gente che non piace” Deerhunter;
– il nuovo ensemble degli Spiritualized (ri)messo in piedi da Jason Pierce;
– e infine padrini dello shoegaze (no, non quelli, gli altri), ovvero i redivivi Ride, arrivati in corner per sopperire al forfait dei Beirut.
Ognuno di loro per importanza nella storia della musica passata e presente e soprattutto per la quantità di canzoni meravigliose in repertorio avrebbe meritato maggior spazio. Ma come sappiamo in un festival – così come nella vita – il tempo e lo spazio sono limitati quindi tocca accontentarsi.

Ad aprire le danze e a scaldare gli animi – a dire il vero già un po’ accaldati di loro visto che il sole è ancora alto – ci pensa la chitarra elettrica di Bob Mould che sale sul palco accompagnato da una band immaginaria, cioè da solo. Con tutto il bene che gli vogliamo (e gliene vogliamo davvero tanto) bisogna ammettere che la mancanza di una sezione ritmica si sente. Soprattutto all’inizio, poi a un certo punto scatta qualcosa, See a Little Light canta Bob guardando in faccia il sole che filtra da una nuvola minacciosa all’orizzonte. Dopo attacca Sunny Love Song e quella nuvola se ne va. Sarà un caso, ma era prevista pioggia e alla fine non scenderà nemmeno una goccia. Il nuovo Sunshine Rock di Bob ha avuto la meglio sui suoi vecchi Black Sheets of Rain e adesso, sarà la suggestione trasmessa da uno che suonava in un gruppo che era un invito a ricordare (Ndr. Hüsker Dü in danese e in norvegese significa “Ti Ricordi?), ma si sente anche la band che non c’è (più), anzi sembra quasi di vedere Grant Hart (scomparso due anni fa) che si erge alle sue spalle dietro alla batteria come un’ombra di luce. E chissà che Never Talking To You Again e I Apologize non siano in qualche modo dedicate a lui per seppellire l’ascia di guerra, adesso che “il batterista punk che scriveva canzoni d’amore” non può scriverne più e non ha più senso litigare. Da certe cose si sa è difficile venirne fuori e la bellezza oscura di Hardly Getting Over It è lì a ricordarcerlo, ma alla fine possiamo dire che Bob Mould ce l’ha fatta. L’energia che sprigiona dal suo live è un’energia finalmente positiva e l’impressione che si ha è che potrebbe andare avanti a suonare anche se stesse per essere colpito da un meteorite. Del resto Sunshine Rock parla di un’astronauta e di una speranza. See a little light.

Ricordi e speranze non sono facili da gestire e possono essere ingannevoli. Questo è uno dei temi principali delle canzoni dei Deerhunter che appena salgono sul palco ti colpiscono, ancor prima che con gli strumenti, con il loro look originale ed eterogeneo, per non dire assemblato “accaso”: c’è il batterista in calzoncini da band heavy metal, il bassista stiloso che ricorda il Sick Boy ripulito di Trainspotting, il chitarrista che pare uscito da una commedia anni 80 di John Hughes e Il tastierista (e sassofonista) che sembra un ragioniere catapultato lì per caso direttamente dal lungo mare. Il cantante Bradford Cox fa storia a sé, la sua personalità straborda dai vestiti così come le sue ossa allungate per via della sindrome di Marfan, sul palco si presenta con pantaloni lunghi grigi, camicia larga bordeaux e occhialoni gialli da Elton John. Insomma a vederli nel complesso non gli daresti due lire. Poi però cominciano a suonare e la musica cambia. In tutti i sensi. Messo in fondo alla cantina dell’anima il power pop punk di poco fa, si passa ora a un suono più sperimentale che mescola l’alternative pop americano con il dream pop inglese, un pizzico di shoegaze e una spruzzata di kraut rock. La tripletta che stende i cavalli e gli scioglie pure le trecce è composta da Helicopter, Revival e Desire Lines. Tutte estratte da Halcyon Digest, così come la chiusura dedicata alla scomparsa del musicista Jay Retard: He Would Have Laughed. Cibo per l’anima. Anche se a volte non è così facile da digerire.

A seguire arriva l’ex astronauta degli Spacemen 3, il “Gesù Cristo della musica alternativa”, Jason Pierce, che proprio come quello della religione cristiana è morto e risorto (nel 2005 il suo cuore ha smesso di battere per due volte ed è stato riportato in vita per miracolo) ed è stato anche tradito, non da Giuda, ma dal suo primo amore Kate Radley, che lo mollò e si sposò in segreto con Richard Ashcroft durante un tour con i Verve all’inizio degli anni 90. Sul palco viene accompagnato da basso, batteria, due chitarre e tre coriste, i nuovi Spiritualized, ovvero i suoi apostoli, con i quali predica gospel ricoperti da vari strati di chitarre e di feedback. Il suo cerimoniale comincia con Hold On (da Amazing Grace) e finisce con una personalissima versione di Oh Happy Day. In mezzo c’è una musica che si rivolge a Dio come ideale d’arte e lo invoca attraverso melodie celestiali e chitarre sferraglianti che ci avvicinano a lui. Nel set vengono eseguiti molti pezzi del nuovo album And Nothing Hurt (A Perfect Miracle, I’m Your Man, Let’s Dance, On The Sunshine) e probabilmente dopo aver attraversato lo spazio, le pene d’amore e la morte è proprio così che si sente, niente può più fargli del male. Ed è stessa cosa che proviamo noi dopo averlo sentito suonare.

Ma ci sbagliamo. A chiudere la serata arriva infine la potenza di fuoco dei Ride, che in realtà è quella dell’acqua, un mare di chitarre azzurre che formano un’onda spaventosa e affascinante come quella fotografata sulla copertina del loro primo album Nowhere. Anno di grazia 1990. C’è poco da fare. Anche se si sono reinventati, i loro pezzi migliori arrivano da lì. Il pubblico impazzisce appena li riconosce. Lo shoegaze duro e puro sembra davvero essere tornato di moda, hanno cominciato i My Bloody Valentine nel 2013 e poi anche gli Swervedriver (2015 e 2019) e gli Slowdive (2017). I Ride non hanno mai voluto cavalcare quell’onda, anzi si può dire che l’hanno generata per poi spostarsi altrove e fare da ponte per lo sviluppo del futuro brit pop. La loro musica parla spesso di qualcosa che svanisce come il sapore di Taste (The taste just slip away), la scia di vapore che sfuma nell’azzurro del cielo di Vapour Trail (You are a vapour trail In a deep blue sky) o i sogni di Dreams Burn Down che si infrangono sugli scogli insieme a quell’onda.

Ma la verità è che alla fine non tutto svanisce, qualcosa per fortuna resta.

La musica.

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