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Todays Festival 2019, il racconto della seconda giornata

La seconda giornata del TOdays Festival, bisogna ammetterlo, non è all’altezza della prima per quanto riguarda la line up del main stage (quello situato allo Spazio 211), ma per fortuna compensa con gli eventi collaterali, come l’incontro pomeridiano con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz al mercato centrale e soprattutto i due concerti notturni all’ex fabbrica Incet dove si esibiranno in sequenza i Cinematic Orchestra e gli Art of What!?, progetto dietro al quale (non) si nascondono i cofondatori degli Art of Noise, JJ Jeczalik e Gary Langan, tra i primi a sperimentare l’arte del campionamento negli anni 80. Anche se non li avete mai sentiti nominare è probabile che abbiate ascoltato le loro canzoni senza saperlo, To Build a Home dei Cinematic Orchestra è finita in diversi film e serie tv di successo tra cui Grey’s Anatomy e Orange Is The New Black e Moments in Love degli Art of Noise è stata utilizzata in decine di film e in svariati remix e campionamenti di altri artisti.

Ma andiamo con ordine, il palco principale della giornata prevede le esibizioni di due perfetti (quasi) sconosciuti, una band stratosferica e un nome famoso.

I due quasi-sconosciuti sono l’enfant prodige parigino scoperto da Les Inrockuptibles Adam Naas e i One True Pairing, ovvero il progetto solista del cantante dei Wild Beasts Tom Fleming. Mentre il primo (vestito da Steve Urkel di Otto sotto un tetto) sul palco si dimena come un ossesso e riesce infiammare la platea dei distratti, tirando fuori dal nulla una voce che più soul non si può (“è come se Prince e Marvin Gaye avessero avuto un figlio” dice un ragazzo accanto a me esagerando giusto un filo, ma riuscendo in compenso a rendere bene l’idea), il secondo – che invece arriva vestito da muratore o da Gue Pequeno in canottiera, rimane piuttosto statico per tutta la perfomance e nonostante sia dotato di una voce profondissima stenta a far decollare il pubblico, che non si scompone più di tanto né davanti alle ballate di beat in cui a volte si possono sentire delle reminiscenze dei fondali lunari dell’ultimo Radiohead, né davanti ai pezzi synthpop più ritmati come il singolo I’m Not Afraid . Tra i due quello che resta più attaccato alla pelle è sicuramente il giovane Adam con il suo synthpop-soul dei sentimenti alla Jessie Ware, o come lo ha definito lui stesso “Dark Romantic Soul”; voi chiamatelo pure come volete, ma dategli una possibilità e non ve ne pentirete. O forse, sì, ma come canta in uno dei suoi pezzi migliori There’s no love without risk.

Passando poi ai pezzi forti in programma, non ci sono dubbi su chi siano stati i veri headliner della giornata dal punto di vista qualitativo, ovvero i Low di Alan Sparhawk e Mimì Parker (marito e moglie) con l’ennesima evoluzione estatica del loro s(low)core che ormai ha lasciato la terra degli esordi di I Could Live in Hope per elevarsi nell’empireo e affrancarsi al paradiso.

Di certo non poteva esserlo Hozier posto in chiusura per ovvie ragioni di richiamo del pubblico più giovane, che in effetti canta a memoria tutti i testi, balla, applaude, piange e fa qualsiasi altra cosa richiedano le canzoni folk di quest’omone irlandese dal fascino letale a metà strada tra Adam Driver e il cantante degli Incubus Brandon Boyd. Sul palco è accompagnato da una band di sette elementi che lo aiuta a rendere la serata indimenticabile per i fan, lasciando a tutti gli altri il dubbio che sotto tutto questo rumore di applausi, cori e violini, non ci sia molto altro e che le melodie delle varie canzoni, se spogliate di tutti gli orpelli, stenterebbero a farsi (ri)conoscere. Fanno eccezione la delicata Cherry Wine (non a caso l’unica che viene suonata in acustico senza la band a supporto) e ovviamente il singolone Take Me To The Church, l’asso piglia tutto che trasforma le prime file in una bolgia di ormoni e braccia alzate che vanno su e giù come a un live di Eminem.

I Low sono invece musicisti di altro rango, non solo rispetto a Hozier, ma rispetto a tutto il genere umano, poiché si muovono in senso opposto, o sarebbe meglio dire che si non si muovono affatto, anzi che si muovono stando fermi. Il loro pop minimalista crea un movimento ascensionale del cuore e dell’anima (tele)trasportati in una terra senza rumori di fondo, dove risiede l’essenza del suono dei nostri pensieri e delle nostre emozioni più pure. I numerosi pezzi estratti dall’ultimo Double Negative (Dancing and Blood, Always Up, Fly, Disarray, Always Trying to Work it out) privati dell’elettronica presente su disco, riescono a stare in piedi lo stesso, siamo noi che non riusciamo a farlo perché davanti a tale magnificenza non possiamo far altro che rimanere in ginocchio, ammutoliti in un silenzio religioso. Se volete sapere qual è il loro segreto – “well, I don’t know and I don’t mind / Take my weary bones and fly – ascoltateli.

Infine due parole doverose sul concerto notturno dei Cinematic Orchestra, che è anche l’ultima cosa che riusciamo a vedere prima di lasciarci trasportare da Morfeo fra le braccia del sonno. Una magia. Come farsi cullare per un’ora e venti in un sogno lucido che lascia estasiati soprattutto quando prende in mano il microfono Heidi Vogel e intona le liriche di Wait For Now:

Walk with me, lead me to the light, Show me where to go.

Grazie per la fiducia, ti ci porteremmo anche verso la luce, ma ci siamo appena accorti che ci siamo già.

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