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TOdays Festival 2019, il racconto della terza giornata

La terza ed ultima giornata del TOdays Festival rialza l’asticella qualitativa e ci regala una domenica ricca di appuntamenti imperdibili. Si parte alle 15:00 con la splendida voce di Cristina Donà al mercato di Porta Palazzo e si passa poi (un po’ troppo di corsa a dire il vero) al Parco Peccei per il concerto degli Sleaford Mods – il duo spoken words più incazzato d’Inghilterra – arrivati direttamente dalla periferia di Notthingam per far arrabbiare pure quella di Torino a botte di cinismo, humor nero e parolacce assortite.

Alle 18:00 ci si sposta, poi, tutti al main stage che offre un menù tra i più prelibati. Si comincia con i Parcels: cinque giovanissimi scapestrati australiani che parlano francese, non come lingua madre, ma proprio come linguaggio musicale. Nel loro sound c’è infatti il French Touch degli Air, il pop dei Phoenix e soprattutto un’attitudine al dancefloor che rimanda direttamente all’ultimo album dei Daft Punk, Random Access Memory. Non a caso sono stati proprio i due parigini a produrre il loro singolo apripista Overnight. Una gemma in cui si sente forte e chiaro il groove degli Chic di Nile Rodgers, che in realtà riecheggia un po’ in le loro canzoni, raggiungendo risultati eccelsi in Lightenup e in Tieduprightnow.  Simpatico anche il “momento radiolina” che si sintonizza su Radio Maria durante l’esecuzione di Whitorwithout. Il loro live è sicuramente una delle cose più divertenti e frizzanti di tutto il festival.

A seguire arrivano i Balthazar , meno immediati, ma con un sound più maturo e un impatto visivo decisamente diverso, che fa effetto soprattutto sul pubblico femminile. Impossibile non notare l’avvenenza di alcuni membri della band che sembrano usciti da un videoclip dei Goo Goo Dolls degli anni 90, ma fanno comunque la loro scena. In realtà pure l’impatto sonoro ha qualcosa di molto sexy ed estroverso, ragion per cui appena attaccano a suonare si riaprono le danze. Non c’è più posto per la malinconia dei primi dischi che viene relegata in un unico brano del passato (Blood Like Wine), mentre per tutto il resto del set vengono eseguite soprattutto le canzoni del nuovo album (come Fever, Changes, Grapefruit e Entertainment) in cui si è provato a delineare una nuova via sensuale al brit-pop, mescolandolo con il funk e l’R’n’b, in un territorio quasi inesplorato che fa venire in mente gli ultimi dischi degli Arctic Monkeys. Insomma belli e bravi, sì ma c’è da lavorare ancora un po’.

Finiti gli antipasti arrivano i piatti forti.

Il primo viene servito ancora freddo, ma diventa caldo nel giro di due accordi suonati da Johnny (“fucking”) Marr, l’artista più atteso della serata, il folletto delle meraviglie armoniche che appena attacca a suonare la chitarra infiamma il pubblico come nessun altro. Non importa che si tratti delle canzoni composte da solista (Armatopia, Hi Hello, Walk Into The Sea, Easy Money), delle sue collaborazioni “disco” con gli Electronics (Getting Away With It, Get The Message) o di una cover dei Depeche Mode (I Feel You). Qualunque cosa esca dalla sua chitarra scatena una reazione incendiaria. Lo faceva in passato e lo fa ancora oggi. Quando annuncia Getting Away With It crea prima una pista da ballo con l’immaginazione e poi attacca con il solito riff irresistibile che scatena le danze. Nel ritornello canta “I Love you more than you love me”  e ci indica, ma te lo assicuro Johnny, ti amiamo più noi.

Poi, sì, ovviamente ci sono anche i pezzi degli Smiths e sono quattro capolavori senza tempo: uno è forse il brano più oscuro e anomalo di tutta la loro discografia, How Soon Is Now, con quel giro di blues ipnotico che ti avvolge e ti sconvolge. È questo forse anche l’unico brano in cui si sente la mancanza della dolente interpretazione vocale di Morrissey.

Gli altri tre sono Big Mouth Strikes Again (anche qui a dire il vero la mancanza della “lingua lunga” di Morrissey un po’ si sente, ma è ben bilanciata dalla cavalcata della 12 corde di Marr e da quel riff che convinse Bernard Butler a formare gli Suede. Più o meno la stessa cosa che successe a Noel Gallagher con gli Oasis dopo aver sentito i frammenti dei mille diamanti incastonati tra le note di This Charming Man, che è il terzo pezzo degli Smiths in scaletta. In pratica possiamo tranquillamente dire che senza Johnny Marr non sarebbe esistito mezzo Brit Pop. Ma soprattutto non sarebbe esistito quel legame con il pubblico di perdenti delle prime file. La conclusione del set con There is a light that never goes out è tutta per loro, cioè per noi. Il sing-a-long è da brividi. Potrebbe andare avanti all’infinito ed effettivamente lo fa. Perché gli Smiths non esistono più da molto tempo, ma quella luce davvero non si spegne mai.

A chiudere la serata arriva infine il concerto-teatro di Jarvis Cocker, con cui l’ex cantante dei Pulp porta in giro il suo ultimo progetto JARV IS, una specie di work in progess, fatto di canzoni  in via di sviluppo che ruotano attorno a diversi temi cari al nostro beniamino eccentrico, da quello dell’evoluzione come persone di Must I Evolve  a quello dello sviluppo di un proprio pensiero (artistico e critico) in Children of The Echo. A livello di suono i nuovi brani a volte rischiano di imboccare una pericolosa deriva prog, ma a tenere in piedi lo spettacolo non è solo la musica, un ruolo fondamentale lo giocano anche le battute esilaranti, gli sketch, i dialoghi e i balletti che coinvolgono direttamente il pubblico rompendo la quarta parete come se ci trovassimo di fronte a una sorta di Woody Allen della musica. A pensarci bene c’è pure una certa somiglianza. Dal punto di vista sonoro comunque la qualità dello show è garantita dai vecchi pezzi di Jarvis come Further Complications, You’re in my eyes discosong – che trasforma il palco in una vera e propria discoteca spaziale – e la chiusura dedicata agli “stronzi che ancora governano il mondo”, Cunts Are Still Running The World. Che è vero sì, ma come ci ricorda il nostro nuovo intellettuale di riferimento, noi possiamo ancora opporci, avere dei momenti di condivisione e unirci contro di loro.

In conclusione: in un contesto come quello italiano, che non brilla certo per spirito di imprenditorialità culturale, Il TOdays Festival di Torino si conferma uno degli appuntamenti musicali più freschi e originali dell’estate, una perla rara destinata agli appassionati che si pongono come unico limite quello della qualità della proposta musicale, senza lasciarsi ingabbiare dai confini di genere o dal successo commerciale più o meno ampio degli artisti presenti in cartellone. Forse non è il festival che ci meritiamo, ma di sicuro è quello di cui abbiamo bisogno.

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