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Il ritorno dei Tool è una bellissima notizia per il mondo del Rock

Pochissime band sono state così importanti nello scuotere le fondamenta dell’alternative e del progressive rock negli ultimi anni come i Tool. Scopriamo dove risiedono le motivazioni di tale importanza e analizziamo la loro evoluzione all’interno della discografia del gruppo di Los Angeles.

IL MITO
Maynard e compagni fin dai loro esordi risalenti ai primissimi anni ’90 sembrano farsi beffe dei meccanismi commerciali della musica mainstream, stazionando in una posizione elitaria e di nicchia, ma solo di forma. Perché i numeri dei Tool sono da grande band, la loro riconoscibilità è assoluta, il loro nome è un marchio attraverso cui musicisti e amanti del rock amano fregiarsi per innalzarsi in una posizione nobile tra i gusti musicali, per farsi belli, importanti agli occhi degli altri. I Tool, nonostante da molti siano etichettati come band progressive metal per la complessità delle costruzioni compositive e per la lunghezza dei loro pezzi, hanno una fama che non ha confini. Sono un caso praticamente unico nel panorama rock.

Le motivazioni di questa aura di miticità intorno al nome (marchio) Tool risiedono in una costruzione mirata dell’alone mistico di cui hanno circondato la propria musica e la propria immagine, coltivandola attraverso una politica contraddittoria di privazione e rifiuto all’esposizione. Hanno improntato la loro comunicazione su un tono di dispotismo espositivo, di misantropia nei confronti dei propri fan che incredibilmente, invece di inimicarseli, ha creato una dedizione totale e incondizionata nei confronti della band, un’accettazione acritica di ogni gesto, nota e mossa.

I Tool si possono permettere di far passare tredici anni tra un disco e l’altro. Anno dopo anno, sberleffo dopo sberleffo da parte di Maynard Keenan (il frontman), dopo annunci e smentite, i fan sono ancora appesi alla speranza di sentire nuova musica dal gruppo di Los Angeles, un’attesa che avrebbe affossato qualsiasi gruppo moderno ma non loro, un’attesa che forse nel 2019 potrebbe finalmente vedere fine.

LA MUSICA
C’è sostanza nel bagaglio musicale dei Tool? La giustificazione dell’evento epocale del loro ritorno risiede solo in una studiatissima e mirata cura dell’immagine, o anche la loro proposta è qualcosa di unico, inimitabile, al di là delle regole terrene che attanagliano tutti gli altri gruppi musicali ‘normali’?

I Tool non erano normali neppure quando hanno iniziato. Il loro esordio con l’EP Opiate e successivamente con Undertow, in piena era Grunge, sono uno schiaffo di rabbia e potenza. Già si distinguono per un atteggiamento musicale violento, spregiudicato. Undertow è il bullo che picchia i bambini al parco.

Il mastodontico Danny Carey impronta uno stile che sarà orizzonte da perseguire per ogni batterista sulla terra, fatto di complessità e tecnica sopraffina e muscolare. Adam Jones fa intravedere l’universo inestricabile di riff di chitarra con cui renderà la discografia dei Tool inimitabile, un eclettismo artistico che non riesce a restare limitato alle sole note musicali, ma che straripa anche nelle arti visive e specialmente quelle illusorie: suoi sono i visionari clip della band, che usano la tecnica dello stop-motion per creare esperienze disturbanti che ben si accompagnano alle atmosfere claustrofobiche della band; suoi sono anche contributi importanti nell’industria hollywoodiana degli effetti speciali, tanto da farlo rientrare nei credits di blockbuster quali Jurassic Park e Terminator 2.

Justin Chancellor suona il basso dettando uno stile ‘matematico’ molto caro alla band, sia come metrica che come tematiche dei testi, e molte canzoni sono costruite sui suoi giri inimitabili, come Schism o Lateralus, impostata nei versi con battute che seguono le prime fasi della serie matematica di Fibonacci. James Maynard Keenan dimostra di poter fare con la voce quello che vuole, la sua performance nella canzone Pushit (Aenima) è da molti considerata una delle più incredibili della storia musicale recente.

E’ anche un vero Re Mida della musica, tutto quello che tocca diventa oro. Il suo side project A Perfect Circle ha prodotto uno degli album alternative più amati, Mer De Noms (2000), mentre ospite nell’album di esordio di una band chiamata Rage Against The Machine (Know Your Enemy, 1992) ne ha sancito le fortune, così come accaduto nell’album White Pony dei Deftones (Passenger, 1999).

In Undertow si trova uno dei pezzi più famosi della band, Sober, che nonostante sia una delle poche canzoni con una parvenza di costruzione classica, presenta molte delle caratteristiche musicali dei Tool, innumerevolmente imitate ma mai raggiunte. E’ però con i successivi tre album che la band crea il mito che arriverà a vivere di energia propria. Aenima (1996), Lateralus (2001) e 10.000 Days (2006) trasformano con le loro canzoni e le immagini legate ad esse i Tool in una bestia mastodontica, un’entità quasi organica che pulsa e si muove, totalmente emancipata dai musicisti che l’hanno creata e dai loro strumenti. Più questa bestia vive nell’ombra più i suoi fan la bramano, più si nasconde e più accresce il suo fascino.

Dalle potentissime evoluzioni metalliche di Aenima, con canzoni come Stinkfist e Forty Six & 2, alle costruzioni matematiche di Lateralus con The Grudge, Schism e Parabol/Parabola, ai viaggi esoterici e mistici e la pesante critica sociale di 10.000 Days con Vicarious e The Pot. La musica dei Tool è un labirinto variegato di metal e riff alternative inframmezzati a viaggi progressive dove i quattro strumenti, voce compresa, sembrano moltiplicarsi esponenzialmente, mentre le sovraincisioni sono limitate e tutto è creato con la maestria e con la ricerca sonora.

L’esperienza musicale di questi album è davvero qualcosa di unico, di trascendentale. Sia musicalmente che nei testi che nelle esperienze visive dei videoclip e degli artwork dei dischi permane un equilibrio delicato tra cripticismo e appagamento sensoriale, un mix perfetto che rende i Tool al tempo stesso ostici per l’ascoltatore superficiale ma esclusivi e appaganti per chiunque voglia immergersi nelle loro acque scure e gelide.

IL RITORNO
Il grottesco rapporto con il mercato musicale e con le esigenze dei fan balza subito all’occhio: cinque anni tra un album e l’altro, nessuna presenza sulle piattaforme di ascolto streaming (YouTube escluso). Sono passati dodici anni dall’ultimo disco 10.000 Days. In un’epoca in cui le band devono uscire quasi ogni anno per non essere dimenticate e stritolate dall’industria musicale, i Tool dimostrano uno strapotere che nessun altro può vantare, trasformando un difetto in punto di forza.

Scattare le foto ai loro concerti è severamente vietato, con la motivazione ufficiale che Maynard è fotofobico e non gradisce il flash delle fotocamere. Dodici anni fa, al concerto che i Tool tennero al Forum di Assago durante il tour di 10.000 Days, Keenan cantò tutto il concerto dando le spalle al pubblico, e questo è proprio un quadro perfetto per spiegare l’atteggiamento nei confronti del music business.

Questo rifiuto alla sovraesposizione non li ha rallentanti, anzi. Dopo la lunghissima astinenza i riflettori saranno tutti puntati sulla nuova pubblicazione dei Tool e verosimilmente tutto il mondo musicale si fermerà a guardare. Gli anni passati si dissolveranno in un tripudio di opinioni, di feste, di timori per un’aspettativa enorme, con la consapevolezza del fatto che non si possa minimamente prevedere cosa aspettarsi dal loro nuovo lavoro.

Dal vivo non si sono mai veramente fermati, ma dal nostro paese mancano dal lontano 2007. Le loro esibizioni sono uno spettacolo di musica e immagini, dove la staticità di Jones e Chancellor è controbilanciata dalla potenza di Carey e dalle movenze stravaganti e animalesche di Maynard, che ricordano quelle di un serpente. Data l’unicità dell’esperienza e dalla rarità di una loro visita ai nostri palchi, un concerto dei Tool è un evento epocale che nessuno che si consideri amante del rock può perdersi. Chissà quando e se ricapiterà.

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