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Anna Calvi date concerti italia 2018

Unaltrofestival, la settima edizione tutta al femminile incanta il Magnolia

È stata una settima edizione tutta al femminile quella di Unaltrofestival, andata in scena ieri al Circolo Arci Magnolia di Segrate, Milano. Sui due palchi “piccoli” del Magnolia – quello interno e quello sul lato dell’edificio, con il main stage lasciato a maggese – si sono avvicendati Eugenia Post Meridiem, Videoclub, Julia Jacklin e la headliner Anna Calvi. Assente, invece, la cantautrice britannica Jade Bird con il suo omonimo album d’esordio, tenuta lontana dal palco da un non meglio specificato problema di salute, come ha spiegato a poche ore dall’inizio dei concerti con un post sui suoi social. Tornerà: il 14 marzo 2020, al Locomotiv Club di Bologna.

Sono le 20 e tutto è pronto per dare il via all’edizione numero sette di Unaltrofestival con il set degli Eugenia Post Meridiem. Il gruppo è la bella sorpresa della serata: sono in quattro, Eugenia (voce e chitarra), Matteo (chitarra e tastiere), Giovanni (Basso) e Matteo (batteria), sono giovanissimi, sono italiani, di Genova, e, soprattutto, sono bravi. In scioltezza nei centomila gradi centigradi della saletta interna suonano i pezzi che il prossimo ottobre usciranno raccolti nel loro disco di debutto, In Her Bones. In sintesi nella loro musica si respira molta California dai ’60 di Grace Slick e dei suoi Jefferson Airplane a quella attuale e psych folk di Joanna Newsom, mescolate in una soluzione decisamente originale con una consistente base math rock. Da seguire nel loro tour estivo e, poi, all’uscita del loro primo lavoro.

A ruota, senza soluzione di continuità, si passa sul palco all’aperto, una boccata d’aria, ma il duo electro pop francese, Viceoclub, non convince appieno. Anche loro sono molto giovani, appena diciassettenni, e si sente. Hanno un paio di buoni singoli in radio Amour Plastique e Roi, ma per ora il loro live non impressiona, inficiato da troppi tempi morti, un po’ di goffaggine e una sequela di sorry pronunciati tra un problema tecnico alla chitarra e l’altro. Cresceranno, per adesso portano a casa un live che ha tenuto sottopalco solo chi era venuto per loro.

Il ping pong tra i palchi prosegue, portando il pubblico di pochi ma buoni all’interno per il set della più navigata Julia Jacklin. Tornata a due anni dall’esordio Don’t Lie To The Kids con il nuovo Crushing, uscito a febbraio, la cantautrice australiana ha portato sul palco del magnolia un set elegante, evocativo e misurato. Tra highlits come la riflessiva Body e la più movimentata Pressure to Party, confessa di avere tra le mani una Telecaster in onore di Anna Calvi. Come biasimarla? Il suo universo però gravita sicuramente più attorno a un cantautorato indie di matrice americana, da Sharon Van Etten a Angel Olsen, passando attraverso Chrissie Hynde dei The Pretenders.

Bello, ma la portata principale, ha ancora da essere servita. Anna Calvi, che con il suo terzo full length in carriera, Hunter, sta portando in giro uno degli show più belli di questo 2019, è artista di altra categoria. Puntuale sul palco, accompagnata dai soliti Mally Harpaz, polistrumentista eccezionale, una sorta di dea Kali tra percussioni, basso, chitarra, tastiere, cori, e da Alex Thomas, batterista tecnicamente ineccepibile e dal groove succulento, Anna sale sul palco con a tracolla la sua storica Fender Telecaster, tutta sbeccata sui bordi del corpo, questa vissuta chitarrina la accompagna da prima di Anna Calvi e come suona nelle sue mani! Il solo con cui saluta il pubblico infittitosi sotto il palco esterno è insieme una dichiarazione d’amore e di guerra, ti scava nelle viscere già dalle prime battute, lasciando intendere che anche questa volta ci sarà da viaggiare, tra le ambientazioni oscure e magmatiche di gran parte dell’ultimo disco, Hunter, e le albe infuocate o sorprendentemente algide di Anna Calvi. Fuori dai giochi il secondo disco del suo catalogo One Breath, nato da un momento doloroso, luttuoso della sua vita, del quale non esegue neanche un pezzo, come a volerselo lasciare alle spalle.

È cambiata molto Anna Calvi, ha rotto la crisalide che la proteggeva e imprigionava al contempo, conscia che «niente dura» nothing lasts»), come canta nella title track dell’ultimo lavoro, messa non a caso in apertura del live; quasi un mantra per affrontare il rito collettivo di catarsi e liberazione, che stiamo per compiere sull’onda di un disco, che racconta di una vita da divorare, alla ricerca della più intensa espressione di sé, oltre ogni limite dettato da un ordine precostituito, che poco ha a che vedere con la più ancestrale natura dell’essere umano, il cacciatore. Di cosa? A ognuno la sua preda, la sua ricerca, il suo percorso e che viva felice.

Hunter, Indies or Paradise, As a Man sono il focolaio che innesca l’incendio di Wish, tra i pezzi migliori del disco e del live. «Ho ancora un desiderio prima di morire, quindi non fermarmi», canta Anna viaggiando tra improvvise aperture e infinite immersioni in profondità in quello spazio oscuro, da cui è risalita in superficie, scavandosi la via lentamente con le unghie nella terra la ribellione di Hunter. Ora c’è da gridarla esplorando fino in fondo, come è giusto che sia, le possibilità di quelle sei corde e di una voce che sembra conoscere sempre meno confini. Lo stesso si potrebbe dire per l’attitudine della Calvi sul palco: indemoniata.

Ci siamo spinti lontano con Wish, l’atmosfera è calda, incandescente, c’è bisogno di rallentare la corsa verso il punto di fusione e allora ecco che arriva una sezione dedicata al disco d’esordio, con le atmosfere eteree e sognati di No More Words e Rider To The Sea, in mezzo alle quali si incastona alla perfezione la nuova Swimming Pool. Un momento di sospensione emotiva rotto dall’imperiosa ritmica di Suzanne & I, per poi ripartire verso il fuoco di I’ll Be Your Man e Desire.

Confesso di avere visto Anna Calvi dal vivo svariate volte, ma questa è la prima in cui ho sentito cantare il pubblico all’unisono i suoi pezzi storici. È una bella atmosfera quindi quella in cui arriva il brano manifesto del nuovo disco Don’t Beat The Girl Out Of My Boy, una piccola perla di songwriting, orecchiabilissima, ma senza mai scadere nella banalità, a coronamento di un live fondato sul virtuosismo e un estremismo espressivo programmatico. Lo conferma anche la scelta e la resa della cover dei Suicide, Ghost Rider, posta in chiusura di un live che non ammette repliche e quindi bis, un momento in cui ogni intento estetico, cede il passo all’istinto, a quella componente viscerale di cui si nutrono Hunter, Anna Calvi e noi con lei, chi per una sera, chi per una vita, a voi la scelta, la ricerca, il percorso. E vivete felici.

Scaletta Anna Calvi:
Hunter
Indies Or Paradise
As a man
Wish
No More Words
Swimming Pool
Rider To The Sea
Suzanne & I
I’ll Be Your Man
Desire
Don’t Beat The Girl Out Of My Boy
Ghost Rider

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