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Unchained Festival: l’hip-hop ci salverà dalla tempesta

È calato il buio su Milano e il palco del Circolo Magnolia, per qualche secondo, è illuminato solo dai lampi. Nel parterre le persone saltano e ballano e si inzuppano con le braccia rivolte al cielo, l’hip-hop ci salverà dalla tempesta.
Già dal mattino si sapeva che l’Unchained Festival sarebbe stato flagellato da pioggia battente e freddo, forse per questo l’affluenza avrebbe potuto essere più ampia, ma per lo stesso motivo ogni volta che sul palco si davano il cambio Tmhh, Claver Gold, En?gma, Johnny Marsiglia e Murubutu, rimanevano stupiti di vedere comunque una calca felice sotto al palco, che urlava e cantava le loro canzoni, senza lasciarsi spaventare dal meteo.

L’Unchained (svoltosi 5 settembre 2019) è il festival del rap che difficilmente arriva in radio, o ad inanellare dischi d’oro, racconta una scena hip-hop che scrive con cura ogni singola barra. È il festival del conscious rap (se proprio si vuole dargli un’etichetta) quella scena che non odia e non vuole nemmeno vedere distinzioni tra rap, trap, annessi e connessi. Infatti i quattro artisti portano sul palco ogni volta un’atmosfera diversa l’uno dall’altro.
Se ai concerti si vedono genitori affranti, che anelano il divano, accompagnare coraggiosamente i figli pre adolescenti, all’Unchained percepisci un cambio di paradigma: sono i figli di venti/trent’anni che si portano il padre al concerto, perché è un tipo di musica che entrambe le generazioni possono apprezzare davvero.

Ad aprire è Tmhh, artista della Glory Hole Records di cui anche Claver Gold è parte. In pochi minuti si dedica soprattutto ai brani del secondo album Errare è umano, uscito alla fine del 2018, e alterna cantato e rap. Butta lì una spruzzata di reggaeton “anche se non mi piace” a mo’ di sfida con sé stesso e il pubblico. Vince completamente quando su Ho scritto un pezzo, si fa togliere la base e continua in extrabeat a cappella.
Annunciato dall’intro di Requiem, Dies Irae, Claver Gold raggiunge Tmhh sul palco, che a sorpresa non lo abbandona, ma rimane al suo fianco per tutto il live. Claver apre con Balla coi Lupi, sputando al microfono: “A scuola non studiavo ed ero mezzo scemo / Adesso che la critica dice che sono un genio”. Via via propone brani storici come C’è qualcosa che non va (2013); pezzi tecnici con intermezzo a cappella, Uno come me. La vita di Claver, i sacrifici, la strada, la sua storia, è tutto messo a nudo sul palco in pezzi come Dejavù Senza Fiato. Quando sei con lui e Il meglio di me, si fanno spazio direttamente nel petto, infilandosi come sentimenti non richiesti. Le strumentali di violino sono esaltate dalla voce chiara di Claver Gold e, sulle note finali di Calicanto, le coppie si stringono un po’ più forte, per paura di perdersi.

“Questa roba ce l’hanno tramandata e noi proviamo a farla, questo è rap old school” racconta Claver Gold “C’è un rapper che si chiama Havoc, che arriva sul palco, si mette in un angolo e fa i pezzi suoi, poi arriva Big Noyd e durante il concerto fa le strofe di tutti i featuring, anche quelle di Prodigy. Questo è un paragone con il my man Tmhh, fategli un applauso”. Insieme partono con E quando fuori piove e sembra di stare in quella Bologna, fuori dal tempo. Verso la fine Claver Gold è emozionato: “Ci siamo fatti 500 km per venire a suonare qui a Milano e lo sapevamo che prima o poi ci sarebbe andata bene. L’altra volta che sono venuto con Murubutu poi non abbiamo suonato perché, pensate voi, pioveva. Quindi grazie, grazie a tutti”. Parte l’ultima canzone, si abbassano le luci e si tirano fuori le torce dei cellulari: “Questo pezzo è importante per me, anche se non è uno dei più conosciuti. Lo dedico a noi, a voi che siete qui ad ascoltare questo tipo di rap. Le Carpe Koi sono persone che hanno raschiato il fondo e poi sono tornate” Claver e Tmhh su Carpe Koi, ci lasciano con il loro manifesto “Tanto vinceranno i buoni”, omaggiando Ghemon.

È il turno di En?gma (in cover story) e tutto cambia, i bassi pompano al massimo, le luci diventano frenetiche, En?gma in total white e occhiali da sole urla “Su le mani” e parte con tutta la potenza di Misunderstanding. Poi Booriana: “Grazie Kaizan, per queste bombe di produzioni, grazie a voi che siete qui, siete degli eroi, nonostante la buriana, sembra fatto apposta”. Da Shardana fa Nuvole e Cupole e Krav Maga. En?gma riempe il palco correndo da un lato all’altro, senza pause, come se il concerto fosse un dj set e il Magnolia si fosse improvvisamente trasformato nel Cocoricò della musica rap. Dalla consolle Kaizen fa partire rumori di trombe da stadio e il pubblico intona cori per En?gma: “Marcello, Marcello”, lui in compenso si gasa ancora di più. Non ci si capisce più nulla, la pioggia continua a battere e nessuno si scoraggia, En?gma dedica le sue energie a “ripercorrere questi dieci anni di musica che ho vissuto con voi” con River Phoenix e Father & Son che dedica, ovviamente, a Bassi Maestro. Tutti i pezzi sono in up, En?gma è inarrestabile, ed è il momento di Copernico e Da Vinci. Poi chiede di accendere le luci e si rivolge al pubblico: “Vi volevo guardare negli occhi, vi giuro che questo non è un addio, è un arrivederci. Ci rivedremo, non so quando, ma succederà. Grazie per questi anni”.

È il momento di un nuovo cambio di paradigma: Johnny “Da Palermo” sale sul palco portando un’atmosfera chill, le vibrazioni sono coinvolgenti e sinuose. All’inizio della sua performance qualcuno lo paragona a Ghali, forse per l’ultimo album uscito con la Sto Records, ma a fine esibizione c’è solo un parere nell’aria: “Questa sera torno a casa e mi ascolto di nuovo tutto Memory”. Dall’album canta Clessidra, e su “Da quando Primo mi diceva / Che il malessere è strumento per reagire” chiede al pubblico di alzare le mani in suo onore. Il parterre esegue in un attimo di raccoglimento generale, poi riprende a cantare insieme a Johnny Marsiglia, le voci si uniscono in coro sul ritornello di Tempi d’oro. È il turno dei virtuosismi di Peter Bass alla tastiera con La pioggia, gli applausi, tutti si immedesimano continuando a battere le mani e creando questa magica corrispondenza tra le parole della canzone e la realtà. Come ospite arriva Ensi e i due si esibiscono con Rapper. Johnny Marsiglia riesce ad alternare bombe a mano a momenti delicati: Passione è “Uno dei miei pezzi più intimi, spero di non annoiarvi troppo”. L’ultimo brano è dedicato alle “domeniche dolci in una Palermo grave, Palermo amara” di Slot 1. Johnny Marsiglia, con una umiltà quasi disarmante dice, testuali parole: “Grazie per l’attenzione” e annuncia “Il Professore”.

L’avvento di Murubutu, a cui il cielo concede qualche minuto senza pioggia, è predisposto da Dj T-Robb e U.G.O, insieme al frinire di grilli di Tenebra è la notte. La voce profonda di Murubutu passa dalla minacciosa Buio, alla dolce Le notti bianche, in cui Claver Gold ritorna, formando il collaudatissimo duo che incanta il pubblico. Su La stella e il marinaio Murubutu grida in sfida al cielo “Ha ricominciato a piovere? Meglio, vogliamo più vento, più pioggia”; le luci verdi e blu e una melodia ancestrale portano lontano, completamente dentro la dimensione narrativa che Murubutu racconta. La tempesta intanto riprende più forte di prima, ormai il pubblico è inzuppato e se ne frega, balla, canta, si lascia assorbire dalla magia e, come la stella amata dal marinaio si sente “Al centro dentro al cielo astrale”. Tempo di far cantare tutti con Dafne non sa contare, e per qualche minuto il concerto viene sospeso a causa pioggia. Il Festival poi riprende, ma a velocità accelerata prima che il tempo cambi nuovamente idea. È il momento dei grandi classici: Scirocco, L’Isola Verde (dedicata ai migranti, “grandi protagonisti della nostra epoca”), Grecale. Arriva il momento dei saluti: “Vi ringrazio per il vostro amore. In questi tempi grigi date sempre amore, non lo lesinate” le parole sfumano sulla base di I marinai tornano tardi. Il pubblico canta per l’ultima volta come una sola voce, c’è chi salta nelle pozzanghere, chi chiude gli ombrelli per assaporare meglio gli ultimi secondi. Sul finale ci avvolge il frinire dei grilli.

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