Onstage

Uriah Heep, in scena un sogno rock lungo cinquant’anni

Una lunga e avventurosa cavalcata su un tappeto magico. Freghiamo l’immagine ai mitici Steppenwolf per descrivere la serata di ieri al Live Club di Trezzo sull’Adda, Milano, in compagnia degli altrettanto leggendari Uriah Heep. Capitanati da Mick Box, l’unico componente originale della band, gli Uriah hanno chiuso nella venue milanese la leg italiana del Living The Dream Tour, che in quattro giorni, dal 31 gennaio al 3 febbraio, li ha visti toccare Roncade (TV), Lagundo (BZ), Cesena e Trezzo sull’Adda.

Di primavera ne ha vista qualcuna la formazione londinese, cinquanta per la precisione, raccontate attraverso la bellezza di venticinque album, l’ultimo dei quali Living The Dream è la conferma dello stile e della coerenza di una band, che sopravvissuta al tempo e a innumerevoli cambi di organico, tra avvicendamenti e cacciate, non rinuncia a vivere il suo sogno e noi con lei.

L’onore di scaldare l’atmosfera per l’arrivo di Box e soci è toccato agli Exsom, da Lugano, Svizzera, che con l e sonorità heavy del loro EP d’esordio Roundtrip e qualche anticipazione del loro primo album, in uscita in primavera, hanno catturato l’attenzione di una platea di ascoltatori attenti e navigati.

Dopo un lungo cambio palco, ma puntuali sulla tabella di marcia, Mick Box (chitarra), Bernie Shaw (voce), Phil Lanzon (tastiere), Davey Rimmer (basso) e Russel Gilbrook (batteria) entrano in scena accolti dall’ovazione di un Live Club non sold out, ma assolutamente voglioso di celebrare il passato e il presente della leggenda del rock chiamata Uriah Heep.

Non sarà difficile, perché già l’attacco con Grazed By Heaven e Living the Dream, entrambe dall’ultimo disco, ad incastonare la storica Return To Fantasytitle track dell’album, che nel ’75 rilanciò la fortuna della band dopo l’uscita del bassista Gary Thain, travolto dall’abuso di eroina, che di lì a poco lo avrebbe portato alla morte – offre un succoso assaggio di quelle che saranno la scaletta e l’atmosfera di questo concerto.

In un’ora e tre quarti di live, tenuto in pugno con gran classe da questi cinque signori, ormai non più di primo pelo, ma ancora capaci di mettere in piedi uno spettacolo senza cali di tensione, non è mancato davvero nulla. Sobrio nella scenografia, con la scritta Uriah Heep che a caratteri cubitali dallo sfondo veglia sui presenti e la concessione a qualche sparo di fumo nei momenti di climax, lo show offre un viaggio ammaliante tra la potenza dei pezzi nuovi e il fascino intramontabile di quelli vecchi, tra cavalcate metal, ballad dal sapore folk e sfoghi strumentali a sprofondarci nel prog.

La scaletta, orchestrata su un ritmo perfetto, esclusi Too Scared to Run da Abominog, l’ennesimo disco della rinascita, uscito nell’82, dopo la rifondazione della band ad opera di Mick Box, rimasto praticamente solo – e Rainbow Demons dal disco capolavoro degli Uriah, Demons & Wizards, datato 1972, la prima parte del live è retta dai pezzi del disco nuovo: Take Away My Soul, Knoking At My Door, la ballad Waters Flowin’, un classico nelle corde della band, e Rocks In the Road, che nella lunga parte strumentale torna a far assaporare la sua anima più puramente prog, preparando l’orecchio alla parte dedicata ai pezzi storici.

Gipsy, brano cardine dell’intera produzione degli Uriah Heep, opening track di Very ‘eavy… Very ‘umble, il primo atto di una lunghissima storia, oscilla tra l’esplosività del leggendario riff di chitarra e la sospensione nell’armonizzazione vocale che la rese celebre, diventando un po’ un marchio di fabbrica nello stile del gruppo. È un momento di estasi collettiva, che scivola senza soluzione di continuità nel finale perfetto con Look At Yourself, un’esecuzione da brivido di July Morning e la mitica folk ballad Lady In Black, con il coro cantato da tutto il parterre.

Finito il pezzo la band esce di scena, ma è lì che la magia prende il sopravvento, a luci spente dal pubblico si alza di nuovo il coro di Lady In Black, a richiamare Box e soci sul palco per un bis tutto datato 1972, con Sunrise e l’immancabile Easy Livin’ a coronare uno show praticamente perfetto, musicalmente esaltante e con una gruppo che ha saputo coccolare il suo pubblico, celebrando con orgoglio i fasti di mezzo, incancellabile, secolo di storia della musica.

Scaletta:
Grazed by Heaven
Return to Fantasy
Living the Dream
Too Scared to Run
Take Away My Soul
Knocking at My Door
Rainbow Demon
Waters Flowin’
Rocks in the Road
Gypsy
Look at Yourself
July Morning
Lady in Black
Bis:
Sunrise
Easy Livin’

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