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40 anni fa usciva Non siamo mica gli americani! di Vasco Rossi

Il 30 aprile del 1979 usciva Non siamo mica gli americani!, secondo album di Vasco Rossi e disco che contiene le leggendarie canzoni Albachiara e Fegato, fegato spappolato. Nei mesi seguenti la pubblicazione la release venne ristampata prendendo il nome di Albachiara.

Un album doppiamente innovativo, sia per Vasco, sia per il panorama musicale italiano. Nel disco emerge un artista “nuovo”, coraggioso, molto più sicuro di sé e senza dubbio già pronto a cogliere, prima di altri, sensazioni, umori e nuove tendenze che muovono i primi passi in attesa di affermarsi definitivamente.

40 ANNI FA…
Bologna non è più quella di una volta. Quasi un modo di dire entrato nel dizionario corrente. Nel 1979 in particolare tale assunto era nonostante tutto ancora decisamente evidente. In una città sopravvissuta ma ammaccata dai tumultuosi eventi del ’77, si aggiravano ancora i migliori artisti sulla piazza, da Andrea Pazienza ed il suo genio, a grandi musicisti e produttori. Uscirono, proprio in quell’anno sotto le due torri, note musicali che entrarono di diritto nella storia d’Italia. Da L’anno che verrà di Lucio Dalla, a Mi piacciono le sbarbine degli Skiantos, fino ad Albachiara di Vasco Rossi.

Curioso, ma non troppo, che la canzone che più legherà negli anni i fan del Blasco (da quelli della prima ora, fino a quelli più recenti), appunto Albachiara, fu accolta quasi come un corpo estraneo nel secondo album in studio di Vasco e non ottenne un immediato successo. Non siamo mica gli americani! fu un lavoro che si discostò in maniera piuttosto netta dall’opera prima, rilasciata l’anno precedente e che aveva messo in mostra le doti più cantautorali dell’artista di Zocca.

Il disco fece emergere prepotentemente il Vasco irriverente e dall’attitudine punk: Fegato, fegato spappolato e la title track su tutte ne sono un primo ed eterno manifesto, che presto sarà consolidato da brani come Asilo Republic, Colpa d’Alfredo e Ieri ho sgozzato mio figlio. Con questo album nasce il vero Vasco, quello sopra le righe, che inizierà a gettare le basi per il suo regno di Re del rock italiano. Ma non fu affatto facile all’inizio.

IL DISCO…
Albachiara fu scelta come singolo. Ma sia il singolo, sia l’album non vendettero molto. Giusto poco più del precedente. Per il vero successo e la riscoperta anche dei primi due lavori in studio di Vasco, bisognerà aspettare il quarto ellepì, Siamo solo noi del 1981, oltre alle partecipazioni a Sanremo ed il suo primo periodo d’oro tra l’82 e l’86.

Nel 1979 però Vasco Rossi ha un’arma in più rispetto a molti suoi colleghi. Piace agli addetti ai lavori giusti, musicisti e produttori in primis, e questi lo spronano, lo aiutano, e vogliono partecipare alle sue iniziative. All’album lavorerà come arrangiatore uno dei primi fan di Vasco, quel Gaetano Curreri, futuro leader degli Stadio, conosciuto durante l’esperienza di Punto Radio e che si farà carico anche di suonare molte parti del disco; il primo “grosso” concerto del Nostro rocker, avvenuto proprio in Piazza Maggiore a Bologna, fu organizzato da Bibi Ballandi, che diventerà anche il suo primo manager.

L’album inizia con una ballata apparentemente innocente, quella Io non so più cosa fare, che però racchiude nel testo i primi accenni del Vasco provocatore dei benpensanti da “ma vuole gestire!” a “E continuare, magari per più di due ore. Eeh troppo!”. E’ però la successiva Fegato, fegato spappolato che ci catapulta direttamente nel pianeta che anni dopo sarà ribattezzato “Blasco”. La critica alla società di provincia, nel suo finto perbenismo fatto di piccole botteghe, feste di paese, famiglie tradizionali e piccole comunità apparentemente felici, ma tremendamente ingessate e feroci nel giudicare, isolare e tentare di arginare chiunque avesse aspirazioni diverse da quelle della maggioranza.

Le successive Sballi ravvicinati del 3° tipo e (per quello che ho da fare) Faccio il militare rafforzano il messaggio, con la seconda che introduce anche elementi ironici al limite del demenziale (inteso in senso positivo, leggasi attitudine punk). La successiva Strega (la diva del sabato sera) è la canzone più orecchiabile del lotto, proprio prima di Albachiara sulla quale sono già stati spesi fiumi di inchiostro, e sulla quale torneremo tra poco. Quindici anni fa rimane nel tempo l’incompresa o più “debole” in scaletta, con innegabili rimandi alla scena prog che in quegli anni faceva faville tra Area, Banco del Mutuo Soccorso e Finardi. Il finale è affidato ad un altro futuro classico di Vasco, Va be’ (se proprio te lo devo dire).

E OGGI…
La combriccola del Blasco è diventata un esercito. Vasco Rossi è stato eletto Kom(andante) di questa moltitudine a furor di popolo. Albachiara invece, da corpo estraneo ne è diventata l’inno, dando ragione a chi lavorò al disco e la inserì come singolo assieme a Fegato, fegato spappolato. Ma per quanto questa canzone sia stata (ed è tutt’oggi) importante, allo stesso tempo andrebbe celebrato con la medesima enfasi l’intero album che l’accompagnò, perché oggi è chiaro quanto fosse già tutto lì, sotto gli occhi di tutti, quella che sarebbe diventata un domani la più grande rockstar italiana.

Oggi è facile parlare di Vasco, celebrarlo e incensarlo per quanto fatto, ma la memoria corta non gli rende completamente giustizia. La verità è che negli anni nei quali l’artista di Zocca componeva una larga fetta delle sue migliori canzoni, in molti lo ritenevano non solo un cattivo esempio, ma anche un cantante mediocre e non all’altezza. Vasco non ha avuto vita facile, tutt’altro, ma proprio per questa ragione è riuscito (in maniera a tratti miracolosa) a mantenere dritta la barra del timone, ad andare avanti, e a proporre con sempre maggior convinzione quella musica e quei messaggi che per lui erano importanti. Anche i peggiori detrattori si sono nel tempo schiantati sul muro di popolarità e successo che il popolo di Vasco ha costruito attorno alla propria rockstar. Ha vinto Vasco, ha vinto il suo popolo. Meritatamente.

Mathias Marchioni

Foto di Cristina Checchetto

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