Onstage

Vinicio Capossela: la geniale teatralità di uno scorbutico cantastorie

Uno dei compiti della musica e dell’arte in generale è guardare il mondo con un’analisi profonda, che osserva, scruta ed evidenzia tutto quello di cui realmente abbiamo bisogno, selezionando ed individuando il superfluo, e guidandoci sapientemente nella giusta direzione.

La musica come strumento di riflessione, di ribellione e di speranza affonda nei sentimenti più intimi scovando senza inibizione l’essenza vera di tutto ciò che ci circonda. Vinicio Capossela assolve perfettamente questo compito, guidandoci senza timore in questo viaggio che parte dalla musica a finisce nel teatro interpretativo più allegorico, scanzonato, diretto. Il suo nuovo spettacolo è un suggestivo percorso che mette a nudo le paure, le verità, le continue distonie medioevali che ancora oggi ci perseguitano, distaccandoci brutalmente dal mondo reale.

Reduce dal bellissimo ultimo lavoro Ballate per Uomini e Bestie, premiato anche con la prestigiosa Targa Tenco, il cantautore prende per mano il pubblico conducendolo su strade musicali impervie, fra romantiche ballate e fulminanti danze liberatorie.
Vinicio inizia con Uro in una perfetta acustica rurale: su palco con lui i suoi fidi musici polistrumentisti che suonano rumoreggiano, accelerano o accompagnano dolcemente le sue gesta. Il ritmo è piacevolmente incalzante, fra storie magiche, metafore surreali ed esplicite denunce.

Tenebrosa l’interpretazione macabra in La peste, divertente l’esecuzione mascherata de Il testamento del Porco. Vinicio parla, riflette, canta meravigliosamente, si traveste, sorride, applaude, porta a compimento una sorta di rito pagano indossando le vesti di un irriverente poeta bohémien che spera, invoca e non si arrende.
Tocca i potenti, la responsabilità, il tema ambientale, riportandoci con leggiadria alle fondamenta ed alle gesta di una basilare umanità. Fra i molti brani spiccano la festante atmosfera de I musicanti di Brema, l’incedere di Maraja e la poesia emozionante di Povero Cristo. Nel finale c’è spazio anche ad una dedica alla Milano che non c’è più, al compianto Teatro Smeraldo e quelle compagnie tanto care a Vinicio, capitanate dall’amico Vincenzo Costantino Chinaski che hanno adottato con cura il suo girovagare a Milano nei primi anni duemila.

La perla giunge quasi alla fine, una versione emozionate di Ovunque Proteggi, una debordante iniezione di fiducia e speranza, un eterno inno all’amore che salva ogni cosa, Il pubblico si alza in piedi, le luci si accendono: lo spettacolo di questa sera ha mosso le anime, ha affondato gli artigli, ha parlato al nostro cuore. Ora tocca a solo a noi.

Claudio Morsenchio

Foto di Roberto Panucci

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