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Il racconto del concerto di Vinicio Capossela a Naturalmente Pianoforte

Non capita tutti i giorni di poter ascoltare Vinicio Capossela al pianoforte, accompagnato solo dalla sua voce e dalle sue canzoni, in una sorta di naturale svestizione dei suoi lavori, spesso pregni di colori e di sfumature musicali. L’occasione è la manifestazione Naturalmente Pianoforte, che si è tenuta dal 18 al 22 luglio 2018 a Pratovecchio Stia e che celebra lo strumento che le dà il nome portando a suonare in location suggestive artisti anche un po’ sfuggenti (quest’anno, tra gli altri, una bellissima esibizione all’alba di Remo Anzovino e quelle di John De Leo e Uri Caine). In giro per le strade del paese dietro gli angoli spuntano pianoforti colorati e note che risuonano nei vicoli. “Il pianoforte è un meraviglioso congegno, che spesso ha bisogno di una casa. – commenta Vinicio appena arrivato sul palco – Perché il pianoforte è domestico. Vedere però pianoforti sparsi come cani randagi in questo paese è una bella sensazione”.

Sembra sereno il cantautore, per quanto il compito di tornare alle origini lo abbia messo un po’ alla prova. Lo confessa, con un pizzico di ironia, prima di intonare Che coss’è l’amor (“Non so come possa essere questa canzone solo con il piano – sorride rivolto al pubblico – ma lo scopriremo”), per quanto di fatto Capossela stia solo mostrando una versione elementare della propria produzione, di certo non la sua facciata sbagliata. Sul palco è da solo, come non lo vedevamo da tempo, e – accanto al suo pianoforte (ricorda in proposito che sul suo primo piano, al posto di Yamaha, spiccava la scritta Tallone) – c’è solo qualche luce e un disegno bianco che riflette le ombre: per questo appuntamento, Vinicio si concede realmente l’eccezione che conferma la regola.

Senza musicisti, senza scenografie bucoliche, senza esplosioni e figure antropomorfe a danzargli intorno appare un po’ più fragile e umano. Quasi a disagio di fronte a un pubblico in realtà calorosissimo a cui non smette di ribadire che sta facendo quel che può, perché in certi casi strumenti come “il contrabbasso servono” o perché ormai non è più abituato ad ascoltare se stesso così spoglio, così naturale. Sceglie canzoni adatte alla situazione e si dilunga nei racconti, spiegando a chi ha davanti come si è avvicinato al pianoforte o perché il ritorno è, alla fine, più importante del viaggio stesso.

“Il mio affetto per il pianoforte è primigenio – sostiene – poi è uno strumento multirazziale, ha tasti bianchi e neri” ironizza Capossela facendo partire qualche nota. Eppure, quando chiude lo spettacolo con Ovunque Proteggi, emerge tutto il senso di questo concerto così nudo. Le canzoni di Vinicio sono talmente dense e uniche, che nella svestizione assumono una nuova vita, una sorta di ulteriore fascino. Senza i colori che poi Capossela ama dare loro – riempiendole di note, strumenti e allegorie – le canzoni si cuciono addosso al loro inventore, che nell’ombra appare quasi più piccolo e più introverso.

Un’immagine insolita per Vinicio, che ha fama di essere imprevedibile e che ama riempire gli spazi delle venues in cui suona quasi fino allo sfinimento, perdendosi spesso in una forsennata sperimentazione musicale che lo porta in contatto con strumenti inusuali e personaggi iconici. In questo raro concerto, a spiccare è invece semplicemente il cantautore e le parole di canzoni forti e immediate. In questa zona della Toscana, piena di pianoforti disseminati per le strade come cani randagi, Capossela regala ai fan un momento unico e irripetibile. E mai ci è sembrato così perfetto e le sue canzoni così magiche.

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