Onstage
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Elvis può essere anche metal. Per spiegazioni chiedere ai Volbeat

La serata di hard rock andata in scena ieri sera 14 ottobre 2019 al Fabrique di Milano, prevede ben tre gruppi capitanati dai Volbeat, una delle band metal più importanti del nord Europa, accompagnati da Baroness e Danko Jones. Tre proposte che hanno come comune denominatore il rock duro, divertente, ma che propongono diverse sfaccettature di stile e atteggiamento. Una lunga serata all’insegna del riff pesante, della melodia e del pogo duro da tre gruppi che hanno tutti un disco nuovo uscito quest’anno.

DANKO JONES
Il musicista canadese ormai da 25 anni ha il duro compito di fare legna nell’ambito del rock. Sempre fedele a se stesso, si è confermato con l’ultimo lavoro A Rock Supreme. Lui quando sale su un palco si cala completamente nel compito di essere tutto e per tutto un rock idol che sia per una persona, dieci o per un’arena intera. E’ il migliore della serata nell’intrattenere il pubblico con battute urlate in faccia alle prime file che inneggiano alla gloria del rock puro, essenziale. Alle sette in punto inizia a buttare secchiate di sano rumore sul pubblico giunto puntuale, tanto che è stata una faticaccia farsi capire in biglietteria per ritirare il pass di entrata. Una furia incontenibile, con i suoi pezzi che hanno la stessa immediatezza che ha l’inserire una presa di corrente e accendere l’amplificatore, canzoni che sono già tue nel momento stesso in cui le note penetrano nell’orecchio. Ho ancora appiccicato addosso il ritornello di My Little RNR suonata nel finale e quando, un paio di ore dopo, salirà sul palco con i Volbeat per cantare Black Rose, la sensazione è stata che già ne sentivamo la mancanza. Nel caso tornasse con una serata dedicata solo a lui, consiglio di non perderlo assolutamente.

BARONESS
Con la loro entrata la proposta metal si fa più impegnata, in quel contesto stoner psichedelico che vede come maggiori esponenti i Mastodon. Gold & Grey, il loro nuovo album di studio, conferma una battuta d’arresto artistica e compositiva già percepita con Purple (2015). A differenza del tour scorso però, la band appare in forma e rivitalizzata dalla presenza della chitarrista Gina Gleason, che sul palco è davvero un bel vedere. Proviene da esperienze in cover band di Metallica e King Diamond, è piena di energia e si muove bene e appare tecnicamente all’altezza dei compagni. Ne giovano tutti , a cominciare dal frontman John Dyer Baizley, sempre imponente e spiritato, con la solita barbona e i bellissimi tatuaggi a disegnarne il corpo. Così hanno ritrovato smalto canzoni come Kerosene, Shock Me e Take My Bones Away, sperando che in futuro anche in studio ritrovino la voglia di stupire come un tempo.

VOLBEAT
Due intro fanno da anticamera all’entrata del gruppo danese: due voci gigantesche, quella di Lemmy e i suoi Motorhead con Born To Raise Hell e quella di Nick Cave con Red Right Hand. Rumor di concerti interrotti e di una salute non proprio solida del frontman Michael Poulsen avevano messo in apprensione i fan accorsi per l’unica data italiana del tour per il nuovo album Rewind, Replay, Rebound.
Il cantante invece, dopo un paio di pezzi di rodaggio, appare in forma smagliante. Il loro metal fatto di richiami e rimandi al limite del citazionismo è irresistibile.
Tantissime ballate, che hanno un po’ appesantito l’ultimo album, sono dal vivo difficili da ignorare senza lasciarsi trasportare dalle bellissime melodie incastonate in un impianto heavy metal classico, che nei suoi episodi più pesanti diventa talmente citazionistico dei Metallica da rasentare un’atmosfera da cover band.

Così Doc Holliday, Seal The Deal, Dead But Rising e The Devil’s Bleeding Crown. Addirittura un richiamo molto heavy agli Slayer citati come ispirazione della breve furia di Slaytan. Il loro vero marchio di fabbrica è però il metal che nasce dall’infatuazione verso miti musicali quali Johnny Cash ed Elvis: nascono così pezzi che dal folk e dal rockabilly evolvono in cavalcate metal di puro divertimento, come Pelvis On Fire con chiaro riferimento al Re, Sad Man’s Tongue, con intro acustico dove Michael ha eseguito una piccola citazione di Ring Of Fire di Cash, Die To Live, The Everlasting e ovviamente la bellissima Still Counting.

Come detto però le grande protagoniste della serata sono state le ballad, la cui carrellata è iniziata con For Evigt e continuata con Lola Montez, Fallen e Let It Burn. Cantatissime e danzate, anche durante quella che ritenevo la più debole del lotto, la nuova When We Were Kids: accanto a me noto una coppia di giovani; la cantavano tutta, e nessun telefonino era tra le loro mani perché erano occupate a tenersele l’una con l’altra.
Bene. La musica funziona ancora.

La scaletta del concerto
The Everlasting
Pelvis on Fire
Doc Holliday
Cloud 9
For Evigt
Lola Montez
Sad Man’s Tongue
Black Rose
(con Danko Jones)
When We Were Kids
Slaytan
Dead but Rising
Fallen
Die to Live
Seal the Deal
Last Day Under the Sun
The Devil’s Bleeding Crown
Leviathan
Let It Burn
Pool of Booze, Booze, Booza
Still Counting

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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