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Welcome To My Nightmare di Alice Cooper compie 45 anni

Ce ne sono tante di storie sui grandi classici della musica. Aneddoti, articoli, biografie. Ma nessuna storia eguaglia quella di questo disco, nessuna storia è quella di Welcome to my Nightmare.

Gli Alice Cooper (in origine The Spiders) partono come sgangherata band di Phoenix, Arizona, guidati dallo striminzito Vince Furnier. Un ragazzo di buona famiglia che, dopo aver sfiorato la morte in tenera età per salute cagionevole, era uscito talmente temprato dall’esperienza da sviluppare una resistenza fisica da maratoneta.

Non c’era un cazzo a Phoenix negli anni ’60, quindi la gang di compagni di scuola, chiaramente innamorata di Beatles e Stones, si sposta in California per entrare sotto l’ala protettiva di quel pazzo di Frank Zappa. Anche solo questo periodo meriterebbe un articolo a parte, per ricordare aneddoti come il primo provino della band, quando presero troppo alla lettera il “ci vediamo domani alle sette” di Zappa. Oppure i loro incontri fortuiti con Janis Joplin, Jimi Hendrix, i Pink Floyd e i biscotti alla marijuana.

La California dei fricchettoni flower power però si rivela ostile alla cricca degli Alice Cooper: lontani dalla cultura hippie, finiscono emarginati e incompresi. Meglio approdare quindi ai lidi ben più tosti di Detroit. Qui la scena proto punk guidata da MC5 e The Stooges di Iggy Pop si rivela molto più benevola verso i 5 disadattati. Siamo nella prima metà degli anni ’70, e da qui i Nostri partono alla conquista degli USA, trainati anche da leggende metropolitane come il famigerato incidente del pollo (troppa roba per un solo articolo ragazzi, questa cercatela su Google).

La band non ha mai sfondato per davvero in Europa: hits come School’s Out, No More Mr. Nice Guy e I’m Eighteen o grandi dischi come Billion Dollar Babies, resero la band un fenomeno nazionale. Ma quando da noi, nella migliore delle ipotesi, sono considerati una grande rock band degli anni ’70, negli USA erano delle star, dove battevano al botteghino niente meno che i Rolling Stones.

L’idillio però non dura, e dopo il settimo album in studio iniziano le frizioni all’interno della band. Il solito discorso di chi vuole prendersi una pausa contro chi vuole battere il ferro finché è caldo. Oltre al solito discorso delle invidie per il cantante, che è quello che ottiene più visibilità e viene invitato in tv.

E qui la storia diventa leggenda.

Vince è molto legato ai suoi compagni di band: in fondo sono amici fin dai tempi della scuola, però lui vuole andare avanti e provare nuove strade mentre gli altri ormai ciollano oziosi nelle piscine dei loro villoni. Ma come fare? E’ sotto contratto come cantante della band Alice Cooper e stracciare l’accordo sarebbe troppo oneroso.
Arriva Shep Gordon, storico manager e amico dai tempi della California, con la soluzione. A leggere tra le righe del contratto, una scappatoia c’è: la Warner Bros ha messo per iscritto che il signor Vincent Furnier, cantante della band Alice Cooper, ha la possibilità di registrare un disco solista per un’altra etichetta, a patto che sia una colonna sonora e sia pubblicata a suo nome.

E da qui la corsa all’ufficio anagrafe e la grande mandrakata: Vince Furnier cambia legalmente il suo nome in Alice Cooper. TAAAC. Quindi ragazzi ecco la lezione di storia: dal 1968 al 1974 i dischi sono della Alice Cooper intesa come band, col nome preso da…boh se lo sono dimenticati pure loro, forse una strega americana. Dal 1975 Alice Cooper, The Coop, è il fu Vincent Furnier, non uno pseudonimo (per la gioia dei suoi genitori).

Bene, ora il materiale ci sarebbe pure…però chi lo suona? Manca una band. Cooper e Gordon ascoltano il leggendario live di Lour Reed Rock’n Roll Animal e hanno l’illuminazione: gli fregano i chitarristi. “Lou era troppo pieno di eroina per accorgersene” ricorderanno in seguito. In un modo o nell’altro, quei fenomeni di Steve Hunter e Dick Wagner si uniscono al progetto.
Il fidato produttore Bob Ezrin guida il tutto: condivide l’idea di Cooper di fare un concept album, sperimentando sonorità al di là del classico hard rock. Ezrin è la persona giusta quando si tratta di fare le cose in grande, giusto l’anno seguente farà fare il salto di qualità ai Kiss, frustandoli e tendendoli in riga per completare il celeberrimo Destroyer.

Welcome to my Nightmare è il viaggio in un incubo. Musicalmente è una sorta di spugna che fa il punto della situazione su Alice Cooper inteso come band hard rock, e Alice Cooper inteso come celebrità USA degli anni ’70 dai gusti molto eclettici.
Un outsider di successo, prima del punk, prima del grunge.
E il disco ha una parabola strana, dato che la storia del protagonista “Steven” parte quieta per poi raggiungere l’apice nella parte centrale e poi abbassare ancora i giri. E’ un disco eterogeneo che non sempre funziona, ma quando funziona è un classico.

Il lato più rock tira parecchio, con la marziale Black Widow ancora oggi usata per aprire concerti; con le esaltanti schitarrate di Department of Youth accompagnate dal geniale coro di bambini (anni prima dei Pink Floyd), e con i duelli di chitarre nell’ode all’amore necrofilo di Cold Ethyl (inclusa ansimata sexy…anni prima dei Guns ‘n Roses).
Il lato più originale pure contiene grandi cose come la ballad più famosa di Cooper (Only Women Bleed), momenti di puro cabaret come Some Folks, dove il nostro sbrocca come un matto, e una title track più vicina alla disco, con il suo incedere più funky e i fiati. Come dimenticare poi l’ospitata del leggendario attore Vincent Price, anni prima della celebre narrazione su Thriller di Michael Jackson, a regalare una narrazione da brividi?

Sì ok però: il disco c’è, il nome è sistemato ma…la colonna sonora?

Cooper e compagnia volano a Toronto dove un tizio ha convertito una fabbrica in una sorta di studio per la registrazione di video. Una cosa nuova, ancora mai provata, così nuova che il tipo non ha neanche idea di quanto farli pagare: alla fine si accorderanno per 5 giorni di registrazione e per 20 mila dollari. Cinque giorni in cui concentrano mesi di preparativi per registrare un video lungo tutto il disco, praticamente, una ‘vignetta’ per ogni canzone.
Ballerini presi da West Side Story, scenografie prestate dalla Disney, Vincent Price a interpretare il suo personaggio: una cosa mai vista prima e che fu comprata e trasmessa dalla TV ABC, dato che non esistevano ancora né MTV né le videocasette.

Sarà un successo, una cosa mai vista prima, neanche Bowie era arrivato a tanto. Sarà l’inizio dello ‘shock rock’ e grazie a questo anche i Kiss riusciranno ad andare in TV. Dettaglio hollywoodiano (come se questa storia non lo fosse abbastanza): nonostante Alice fosse stalkerato costantemente dall’icona sexy Raquel Welch, si innamorerà della ballerina che si vede nel segmento di Cold Ethyl, Sheryl Goddard, attualmente sua moglie e madre dei loro tre figli.

Welcome to my Nightmare fu l’inizio dell’Alice Cooper solista, il manifesto del glitter rock e dello shock rock negli USA. Ma rischiò anche di essere la fine dell’Alice Cooper persona: il progetto fu estenuante, portato avanti da un artista che procedeva da almeno un lustro a ritmi serrati. Senza un minuto di pausa, il tour seguente fu colossale e sterminato, visto il successo del disco. Questo porterà il Coop ad attaccarsi ancora di più alla bottiglia, facendolo finire in una spirale che degenererà fino al suo ricovero in manicomio.

Fortunatamente lo salveranno l’amore della famiglia e la sua più grande passione.
La musica? No, il golf. Ma questa è un’altra storia.

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