Onstage
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I White Lies al Circolo Magnolia e la bellezza del post-punk nel parco

Il Circolo Magnolia, a Segrate, è da sempre una delle mie venue preferite per i concerti della soffocante estate milanese, quella che ti si appiccica addosso come Vinavil e chi te la toglie più. Sarà il parco, sarà che è fuori dai tentacoli di Milano, chi lo sa. Quello che so è che l’accoppiata Circolo Magnolia d’estate e White Lies ha funzionato a meraviglia. Il post punk nel parco. Le luci blu riflesse sugli alberi. La consapevolezza di essere in città, ma non troppo. Insomma, tutti i pezzi del puzzle si incastravano alla perfezione.
E ne è uscito un concerto che aveva tanto da dire, pur senza parlare.
Alla fine, era tutto lì, nelle canzoni. 

Dopo la data al PalaEstragon di Bologna, a marzo, i White Lies sono tornati in Italia, freschi freschi del loro ultimo album, Five, dieci anni dopo quel primo To Lose My Life del 2009, che raggiunse da subito la vetta di tutte le chart inglesi. Dieci anni e non sentirli. Perché quello che i White Lies portano sul palco, senza troppe parole e senza fronzoli, è ancora incredibilmente simile a quello che erano nel 2009. E, attenzione, questo non vuol dire che la band non sia cresciuta o cambiata o maturata o migliorata. Significa solo che ha avuto la forza di non perdersi. Di non accartocciarsi su derivazioni pop o realtà da loro troppo distanti. E dio solo sa, quanto possa essere difficile, nell’era del mainstream. Quindi, touchè.

E touchè anche per un live essenziale ma allo stesso tempo strabordante. Pieno e pieno di hit e testi che oltre che ascoltati andrebbero anche letti. Carico di energia, ma sempre contenuta. Così come le parole di Harry McVeigh, che non va troppo oltre ad un “che piacere essere qui” e “battiamo le mani””. Ma va bene così, perché c’era la musica a fare il resto e nessun vuoto da riempire. Le luci, anche queste essenziali, viravano da un blu onirico ad un rosa malinconico, fino ad un rosso cupo. E passando da una hit all’altra, i White Lies erano incredibilmente simili al disco. Ma non in senso negativo. Non era una copia, non era un appiattimento; ma la riprova di una band che sa portare live quello che ha scritto in studio.

E quindi, anche se dare i voti ai concerti è una cosa che non si fa, il post punk nel parco si prende una bella lode. Perchè è uno di quei concerti che ti fa venire voglia di tornare a casa, infilarti le cuffie nelle orecchie e rivivertelo tutto da capo. Purtroppo, senza parco. Ma solo il rumore infernale della città sotto casa.

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