Onstage

I 30 anni di carriera mettono in luce l’umanità degli Afterhours

“Vogliamo mostrarvi la nostra umanità, quella che anche noi non vediamo spesso sul palco”. In queste parole di Manuel Agnelli è racchiusa l’essenza della data degli Afterhours al Postepay Sound Rock In Roma, quest’anno regno dei festeggiamenti di carriera. “È la prima volta che facciamo una data zero a Roma… vogliamo farvi una serie di pezzi che, come avrete capito hanno un po’ di anni” ha dichiarato Agnelli in tutta sincerità. Dopo Silvestri e Mannarino, la band milanese ha scelto la capitale come test dove celebrare i suoi trent’anni ufficiali di attività e di umanità, sempre necessaria per stabilire il valore di una formazione di lungo corso.

Ad aprire l’act dei Veramadre, vincitori del contest Postepay Sound Rock In Roma: sono più sul versante Negramaro che su quello rock indipendente degli Afterhours, ma riescono comunque a preparare il pubblico agli headliner.

Alle 21.54 gli Afterhours entrano e attaccano una versione incandescente di Strategie. Il pubblico esplode. “Grazie Roma, è un bel momento questo” dice Manuel Agnelli rapidamente, sganciando le bombe Male di miele e Rapace. La band è in una forma strepitosa, fa quasi paura la loro sintonia e la loro capacità di tirare fuori i migliori successi da una discografia ricchissima.

Possono piacere o no, gli Afterhours: di sicuro sono uno di quei gruppi che ha sempre diviso il pubblico e la critica tra adoratori totali e detrattori assoluti. Sono pochi quelli che provano indifferenza nei confronti della band milanese, e che riescono persino a non farsi toccare dal personaggio ingombrante di Manuel Agnelli; sono ancora meno quelli che riescono ad essere pienamente obiettivi nei confronti delle numerose produzioni del gruppo, dai primi timidi germi in inglese alle svolte in italiano.

Melodie e rock, sintetica e classica, provocazioni e nostalgie, nella musica degli Afterhours si è sempre giocato per opposti in contrasto, spigolosi come sanno essere loro. Dopo numerosi rimpasti, sono composti al 50% dalla personalità straripante dei loro frontman, l’unico ad essere rimasto fedele al gruppo in trent’anni, e per il resto a ingressi e abbandoni sui quali persino la timeline su Wikipedia sembra perdere di accuratezza. Non possono esserci mezze misure quando al timone c’è Manuel Agnelli.

Il concerto è stato pregiudicato da suoni un po’ impastati: le casse gracchianti sulla destra del palco sono state imperdonabili, la colpa non è di certo della band. Dal pubblico qualcuno urla “alzate il violino!” che è lo strumento che si sente meno tra tutti quelli su palco, ma l’accozzaglia di suoni è inevitabile e lo spettacolo soffre diversi imprevisti e parecchi larsen. Va meglio nei rari momenti più acustici, ma di certo il settaggio mixer è da rifare.

Manuel Agnelli è ciarliero, intenso, particolarmente ispirato: a chi lo odia a prescindere andrebbe suggerito di vederlo sul palco, dove il cantante degli Afterhours ritrova la sua dimensione più reale e sincera. “Vogliamo chiudere un cerchio per aprirne di nuovi, è importante farlo, bisogna avere il coraggio” spiegherà poi nel corso del concerto dando la motivazione di questo Afterhours 30.

La celebrazione è giustamente bilanciata tra le canzoni più datate, come anticipato e promesso, e le ultime uscite: tra le chicche ripescate c’è Germi e si torna indietro di oltre vent’anni verso quel rock’n’roll da cantare a squarciagola. Il pubblico non si fa pregare e sostituisce il cantato di Manuel Agnelli, in un paio di punti grezzo e sporco come deve essere il genere. Da metà concerto in avanti la voce di Manuel tenderà ad essere meno precisa e più slabbrata, e sul finale arriverà anche il torso nudo in un omaggio ad Iggy Pop.

La seconda parte della scaletta sposta la barra sulle ultime produzioni: Agnelli è al pianoforte per L’odore della giacca di mio padre, ballata vera e densa di atmosfera, cui fanno da contraltare Il mio popolo si fa e Costruire per distruggere.

Dopo l’ufficializzazione della presenza di Giorgio Prette alla batteria, in un temporaneo rientro nella band per qualche pezzo, Voglio una pelle splendida è accolta da un coro e un boato di gioia, e da un applauso a scena aperta che diventa presto il clap di accompagnamento sulla lunga coda finale. Sfila 1.9.9.6. ripescata dagli albori italiani degli Afterhours, su Bianca Manuel si interrompe perché la chitarra è scordata e si scusa pronunciando la frase sull’umanità della band, e via rapidi sul gran finale celebrativo con un poker espressivo composto da Non è per sempre, Quello che non c’è, La sinfonia dei topi e Bye Bye Bombay. Forse umanità non è proprio la prima parola che venga in mente per descriverli, ma gli Afterhours hanno saputo regalare ai loro fan un onesto e sentito best of di tutta la loro carriera.

Afterhours Roma 2017, la scaletta del concerto

Strategie
Male di miele
Rapace
Il sangue di Giuda
Riprendere Berlino
Padania
Germi
Cetuximab
Grande
Non voglio ritrovare il tuo nome
Oggi
Né pani né pesci
L’odore della giacca di mio padre
Il mio popolo si fa
Costruire per distruggere
Tutto domani
Piccola iena
La sottile linea bianca
Voglio una pelle splendida

Ossigeno
È la fine la più importante
Le verità che ricordavo
1.9.9.6.
Bianca
Bungee jumping

Non è per sempre
Quello che non c’è
La sinfonia dei topi
Bye Bye Bombay

Afterhours Roma 2017, le foto del concerto

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Arianna Galati

Foto di Massimiliano Marcoccia

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