Onstage
Arctic Monkeys 2018 foto concerto 26 maggio

Gli Arctic Monkeys dal vivo a Roma sono stati una meraviglia

Inaugurare il Roma Summer Fest con il primo concerto degli Arctic Monkeys in Italia per il 2018 significa stabilire un livello di partenza pazzesco per la rassegna musicale capitolina di questa estate. Pazzesco e altissimo, ça va sans dire. La band inglese trapiantata in America e fresca di pubblicazione di Tranquility Base Hotel & Casino, sesto album in studio, non lascia indifferenti. Non può. Passa come un tornado di energie nella Cavea, innalzando l’adrenalina oltre le stelle. E questo significa resettare ogni preconcetto, fare il giro e confermare quello che lo scetticismo iniziale, misto a paura di aspettative troppo alte, ci impediva di accettare. Una certezza in questa vita tocca averla. Bene, c’è.

Cameron Avery ha il difficile compito di misurarsi con una platea venuta da tutta Italia solo per i quattro di Sheffield, e gli va dato atto di riuscirci in maniera egregia: non a tutti i gruppi spalla capita di riuscire davvero a scaldare bene il pubblico. Merito sopratutto del sound anni 70 del suo breve set (circa mezz’ora), col cielo che si scurisce progressivamente sulla Cavea e gli applausi a scena aperta. Un gradevolissimo anticipo all’ingresso degli Arctic Monkeys sul palco. Che si prendono un’altra mezz’ora abbondante di cambio palco e setting luci prima di comparire, alle 21.35, in un boato che spazza l’aria sulle note di Four Out Of Five, il primo singolo del nuovo album. E non ce n’è più per nessuno dei presenti al primo sold out in Cavea.

Far ballare l’occhio sul tic, dopo un’ora e venti appena, e pensare di aver vissuto dieci concerti in uno. Perché gli Arctic Monkeys tengono un ritmo serratissimo e impressionante, modulando i brani in una scaletta simile nel contenuto ma diversa nell’elenco delle canzoni. Si spazia senza remore. E al centro del palco domina Alex Turner, alfa e omega della band, catalizzatore di sguardi, frontman in purezza millesimata. I compagni di squadra sono altrettanto fantastici: Matt Helders dietro le sue pelli detta i tempi mostruosi delle esecuzioni, Nick O’Malley è incontenibile e Jamie Cook granitico, per non parlare dei turnisti del tour (un altro chitarrista, Cameron Avery qua e là, un programmer/tastierista e un batterista elettronico).

Alex Turner fa piacione su Why’d tou only call me when you’re high e Cornerstone, pezzi dove non suona nulla ma gioca all’Elvis Presley. E c’è tanto di più, in una sequenza di immagini che scorrono rapide come stories di Instagram: le mani del pubblico a tempo prima dell’esplosione di 505, il pogo scatenato su Brianstorm e I Bet You Look Good On The Dancefloor, riemerse da quel passato che molti additano come glorioso e per i quattro sono gloriose fondamenta. Le nuove canzoni ampliano il respiro della scaletta e Alex Turner si concede anche una brevissima citazione di L’importante è finire di Mina a voce modulata. Quella Mina indicata come ispirazione per questo disco coraggioso e profondamente imbibito di anni ’60 d’autore e ricerca, passo indietro di rincorsa per saltare avanti, o meglio oltre. L’esempio più immediato èOne Point Perspective, dal sembra un viaggio lisergico nel cervello bollente della band.

Tra un “Daje Sandro” urlato dal pubblico e una Pretty Visitors atomica, si atterra sulla conclusione con Do I Wanna Know, brano che racchiude l’intera poetica ed estetica dei quattro inglesi. L’encore è di tre brani, dominato da una Arabella sensualissima e tiratissima. Mardy Bum, affidata da Turner al coro della Cavea, è un momento unico, la voce sola di migliaia di persone che rimbalza perfettamente nella curva architettonica ed esplode dritta nell’intro dell’ultima attesa, R U Mine?, degnissima conclusione del concerto, la canzone perfetta per un finale all’altezza del principio giolivo.

La Cavea foderata di persone entusiaste è uno spettacolo indescrivibile. Sul serio. Ne ho visti un bel po’ di concerti in carriera e ho sviluppato quello che potrebbe definirsi l’occhio clinico. Ma un posto tanto scenografico con una band di classe, eccelsa, col senso della musica e dello spettacolo di alto livello come gli Arctic Monkeys è sinceramente il non plus ultra per gli amanti del rock. Scomodiamolo a ben dire questo genere vituperato, offeso, maltrattato e dato costantemente per morto. Gli Arctic Monkeys suonano rock purissimo e variegato, un compendio di decenni di storia musicale prima stratificata poi spellata velo per per velo al cuore dell’emozione più vera, liberatoria, sincera. Sbilanciamoci: gli Arctic Monkeys sono la band più in forma di questo 2018, in grado di tenersi in equilibrio tra l’one-two-three-four scatenato dei primi tempi e le sperimentazioni dispare, slogate, evocative dell’ultimo album. Del quale peraltro suonano cinque pezzi, nemmeno tantissimi, come a raccontare il loro approdo al disco dando spazio alle boe certe delle loro virate passate. Sono il ponte perfetto con chi siamo stati verso chi vorremmo diventare. Gli Arctic Monkeys sono la migliore band attualmente in circolazione. E non glielo toglie nessuno.

Scaletta Arctic Monkeys Roma 2018, le canzoni del 26 maggio

Four Out Of Five
Brianstorm
Crying Lighting
Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair
Tranquility Base Hotel&Casino
Why’d You Only Call Me When You’re High
505
She Looks Like Fun
Knee Socks
I Bet You Look Good On The Dancefloor
Cornerstone
One Point Perspective
Fireside
Pretty Visitors
One For The Road
Do I Wanna Know?

The View From The Afternoon
Arabella
Mardy Bum
(solo voce)
R U Mine?

Arctic Monkeys Roma 2018, le foto del concerto del 26 maggio

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Foto di Roberto Panucci

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