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Sziget 2018, il finale degli Arctic Monkeys è quasi magico

Se credessimo ai segni del destino più che alle coincidenze, l’ultimo giorno di Sziget 2018 sarebbe quasi da incorniciare per l’insieme di elementi che hanno contribuito a renderlo indiscutibilmente speciale. Sulla carta il 14 agosto è già di per sé un paradosso: la folla del Festival ha già festeggiato con Kygo, tra fuochi d’artificio e un tripudio di colori nell’aria dell’isola di Obudai. Di solito, il dj di turno è – non a caso – atteso per chiudere la settimana di musica ungherese, di modo che l’ultima sera sia a tutti gli effetti uno splendido e gigantesco party. Quest’anno, tuttavia, Sziget ha stravolto le regole e, per l’ultimo giorno, ha lasciato il palco del Main Stage agli esponenti dell’indie rock. Nell’ordine: gli inglesi Blossoms, i superbi The War On Drugs e la chiusura – attesissima – affidata agli strumenti degli Arctic Monkeys. I festivalieri, che lo vogliano o meno, devono salutare Sziget 2018 con qualche schitarrata, così è deciso e così è stato, non senza la perplessità degli avventori che hanno trovato la scelta se non errata, quantomeno bizzarra.

Di fatto, Sziget – rispetto ai giorni precedenti – sembra un po’ più spento e un po’ più deserto, anche perché le previsioni minacciano tempesta. Sull’Isola della Libertà, la pioggia è veramente una nemica giurata: non è concesso entrare con gli ombrelli, per cui bisogna munirsi di maglioni e k-way e sperare che la sabbia trasformata in fango non inghiotta anche l’entusiasmo dei presenti. Il sole scompare proprio durante l’esibizione dei Blossoms, che assistono impotenti alle prime avvisaglie di tempesta vera, tanto da ironizzare sul palco: «Perdonateci se abbiamo portato il brutto tempo con le nostre canzoni». Quando la band britannica lascia il posto ai The War On Drugs, su Sziget si abbatte una vera tormenta: c’è chi resta impassibile ad ascoltare lo straordinario gruppo statunitense, ma i più corrono ai ripari. La pioggia è veramente impietosa. Si resta nascosti, in attesa che un po’ passi e il pensiero va al live degli Arctic Monkeys, che sono attesi sul Main Stage per le 21.30.

Alle 21.15, però, la pioggia scompare. Le nuvole sopra l’isola di Obudai spariscono e il cielo diventa incredibilmente terso e limpido, tando da mostrare le prime stelle. 15 minuti dopo Alex Turner e compagni appaiono sul palco senza battere ciglio e senza dire una parola. Iniziano a suonare, incuranti del fatto che la tormenta abbia rischiato di compromettere il loro live e trasudano talmente tanto carisma e sicurezza che verrebbe da pensare che siano stati loro a far smettere di piovere. Con un cenno della mano forse, l’unica concessione di Turner al pubblico a inizio concerto.

Gli Arctic Monkeys sono una band un po’ algida nell’atteggiamento. In un Festival caloroso come Sziget le loro punte di divismo traspaiono subito, soprattutto se paragonate al calore di tanti artisti che li hanno preceduti sullo stesso palco. Non parlano, non comunicano con il pubblico, non condividono. Il loro mood poco empatico non piace proprio a tutti. Tra le file del pubblico accalcato c’è chi storce il naso e mormora contrariato che non si viene a Sziget per «portare a casa il compitino»: è ancora fresco il ricordo di artisti come Lana Del Rey o MØ – per non parlare dei Bastille o dei Mumford & Sons – che hanno addirittura scavalcato le transenne per farsi abbracciare dai fan.

Alex Turner e compagni non si prestano: restano arroccati sul palco, emotivamente irraggiungibili e umanamente asettici, ma per un’ora e mezza fanno esplodere l’arena con gli strumenti musicali e con un rock irresistibile. Stiamo del resto parlando degli Arctic Monkeys, sul cui talento e sulla cui bravura c’è veramente ben poco da dire. La setlist offre 21 brani, tantissimi, durante i quali Alex governa il palco con un carisma mai visto finora su questo palco e un’energia unica e travolgente. Nell’arena la folla è incontenibile e in preda all’entusiasmo: verso il fondo si sta persino larghi, perché è obbligatorio muoversi o forse, più probabilmente, è impossibile star fermi. Alex Turner, Jamie Cook, Matt Helders e Nick O’Malley si confermano una delle band più forti e interessanti della scena e una delle più capaci. Note e voce di Alex a parte, quel carisma che li rende così algidi è, a ben vedere, un marchio di fabbrica, perché l’impressione è quella di trovarsi di fronte a semi-dei circondati da un’aura di perfezione pura e di musica nuda. A fine live, Alex si limita a salutare il pubblico lanciando eleganti baci nell’aria, senza neanche un «Ciao» o un «Grazie»: gli headliner dell’ultimo giorno di Sziget fanno calare il sipario e scompaiono nel backstage come intoccabili divinità. E il dubbio alla fine è lecito e palpabile e risuona nella testa mentre ci si allontana per l’ultima volta dall’arena del Main Stage, perché persino il cielo si è zittito di fronte alla statuaria presenza degli Arctic Monkeys. Sziget si chiude di fatto con una piccola grande magia, orchestrata sapientemente dalla band più divina del momento. A cosa servono i fuochi d’artificio di fronte all’inesauribile mistico potere degli Arctic Monkeys?

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Grazia Cicciotti

Foto di Rockstar Photographers

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