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Baustelle a Milano, intimità e vigore in un concerto per niente scontato

Teatro degli Arcimboldi, Milano, 4 aprile 2017. Di concerti in vita mia ne ho visti tanti, ma raramente sono uscito dalla sala emotivamente scosso come dopo il live dei Baustelle di 4 anni fa. Era il Fantasma Tour, e la band di Montepulciano portava in scena quel disco superbo nel modo e nella cornice ad esso più consoni: con il supporto di un’orchestra a teatro. Il Teatro Degli Arcimboldi di Milano, esattamente dove mi trovo ora, in attesa che loro facciano il loro ingresso per farmi ascoltare L’Amore e la Violenza, album fresco di stampa che ha raccolto consensi e approvazioni a destra e a sinistra.

Mi unisco al coro, naturalmente. Come non potrei? Puntando su Bianconi è difficile sbagliare; si tratta di uno dei pochissimi cantautori moderni che riesce a rimanere in equilibrio tra poesia e realtà con fantastica disinvoltura e uno stile impeccabile. Prima ancora di ascoltare il primo singolo Amanda Lear, le parole di Rachele Bastreghi mi avevano ulteriormente rassicurato: “Forse questo lavoro potremmo chiamarlo anche il nostro Sussidiario illustrato della maturità”, aveva dichiarato. Per chi segue i Baustelle fin dai primi vagiti, non poteva pronunciare una frase più ad effetto – e alla fine critica e pubblico le hanno dato ragione. Quindi sì: mi unisco al coro. Ma. Ebbene sì, c’è un ma.

Da ascoltatore incline ad un’analisi approfondita e metodica, nel corso degli anni ho sezionato la discografia dei toscani. Ho creato diverse playlist per delineare i vari fili conduttori che corrono attraverso tutto il loro percorso artistico. Ho accolto a braccia aperte I mistici dell’Occidente quando ero ancora inebriato dall’amore per La malavita e Amen, per poi attraversare la classica fase del fan che pensa che con gli anni (e con il successo) sia andata persa un po’ di naturalezza; così ho rivalutato La moda del lento e mi sono ritrovato a ballare sulle note del Sussidiario.

Ma quando ho ascoltato per la prima volta Fantasma tutte queste elucubrazioni sono svanite nel nulla: a tutt’oggi credo fermamente che sia il capolavoro dei Baustelle. Un album nel vero senso della parola, con mezzo singolo (La morte non esiste più) e 18 tracce che raccontano una storia, che dialogano tra di loro, che lasciano il segno anche dopo il ventesimo ascolto. E quel concerto del 2013 non lo scorderò mai. Da questa considerazione, ecco che fa capolino quella piccola parola di due lettere: ma. Riusciranno a ripetersi? Sto davvero per assistere a uno spettacolo profondo come quello di quattro anni fa? Avrà senso ascoltarli a teatro anche se L’Amore e la Violenza è un disco a tutti gli effetti rock (e non orchestrale come Fantasma)? È giunto il momento di scoprirlo.

Eccoli, i Baustelle: sulle note di Love le luci illuminano la scena, rivelando la sezione ritmica (basso e batteria) a sinistra, quattro sintetizzatori rialzati al centro sullo sfondo e l’accoppiata piano elettrico – chitarra ritmica sulla destra. In mezzo ci sono Claudio, Francesco e Rachele, con strumenti vari sparsi per il palco.
La prima parte del concerto è dedicata in tutto e per tutto a L’Amore e la Violenza: perfino l’ordine dei brani viene rispettato pedissequamente. Ecco quindi Il Vangelo di Giovanni seguito da Amanda Lear (un singolo che 99 band su 100 avrebbero tenuto in serbo per il gran finale, diciamolo). La magnifica Betty (che in questa versione perde parte della sua potenza rock, ma guadagna in spontaneità) ed Eurofestival (il primo brano della serata che spara i riflettori su una grintosa Rachele Bastreghi); l’incedere funky di Basso e batteria (con annesso finale psichedelico con Bianconi al Vocoder) e il beat disco di Musica sinfonica. L’intro di Lepidoptera è in bilico tra futurismo e nostalgia, mentre La vita coinvolge il pubblico e si distingue per essere uno dei pochi pezzi (forse l’unico) a non seguire la regola non scritta dei Baustelle, secondo la quale i brani devono finire tronchi. Ragazzina è uno dei momenti migliori del primo tempo: comincia con Rachele al piano a supporto di Francesco, poi sale a poco a poco, si evolve e chiude in maniera teatrale.

Qualche minuto di pausa e lo show riparte con una Charlie fa surf riveduta e corretta secondo i canoni di maturità a cui aveva fatto riferimento Rachele quando parlava dell’ultimo album. Poi Francesco ci chiede come stiamo e se “sentiamo” il Fuorisalone, per poi sancire che il vero inno della chiacchierata Design Week è Un romantico a Milano – accolta e cantata con comprensibile entusiasmo dalla platea. Rachele si esalta su Monumentale, che è decisamente il suo pezzo: mi aveva impressionato molto anche quattro anni fa (a pari merito con i sublimi vocalizzi su Nessuno).

Bastreghi e Bianconi cantano praticamente sempre insieme, ma se esiste una canzone che mette in risalto il contrasto timbrico delle due voci in maniera netta è l’energica Gomma; francamente non mi aspettavo di ascoltarla a teatro, ma evidentemente è giunta l’ora di mettere da parte i miei pregiudizi su cosa si possa eseguire o meno in questo contesto, perché la canzone funziona eccome. L’alternarsi di pezzi più ritmati e ballad prosegue con il momento più intimo della serata, anticipato da Francesco che tiene a specificare “una cosetta”: “Noi siamo snob. Siamo pessimisti, anzi, pessimisti cosmici. Siamo tristi. Ma voi non dateci retta. Continuate a bruciare, bruciare, bruciare d’amore”. Intona Bruci la città – pezzo scritto per Irene Grandi dieci anni fa – e sono brividi.

Dopo La canzone del parco c’è spazio anche per un po’ di sperimentazione: la versione di Aeroplano che la band esegue dal vivo conserva solamente voce e riff di chitarra dalla registrazione originale; per il resto si odono arpeggi meccanici, tappeti sintetici, rumore bianco filtrato e un vocoder robotico. Praticamente i Kraftwerk. Piovono applausi su La moda del lento, cantiamo tutti insieme Le rane e arriva anche il momento di alzarsi in piedi e urlare ogni sillaba di La guerra è finita. Sembra finito anche il concerto, ma il pubblico richiama a gran voce la band, che torna sul palco e suona un inedito (Veronica numero due) e La canzone del riformatorio prima dei saluti definitivi.

Onestamente non sono riuscito a trovare una risposta al “Ma” che mi ha perseguitato nelle ore che hanno preceduto l’esibizione. È stato meglio il live di Fantasma o quello di questa sera? Probabilmente la risposta non esiste, perché sono due concerti non paragonabili per tanti motivi. Quello che posso senz’altro fare è ricapitolare la serata. Quasi due ore di Baustelle. A teatro. Con l’ultimo album suonato per intero e una selezione non del tutto scontata dei brani che hanno fatto la loro storia. Intimità e vigore. Amore e violenza. Cosa chiedere di più?

Le foto del concerto

Marco Rigamonti

Foto di Francesco Prandoni

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