Onstage
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Un concerto di Ben Howard è un viaggio mistico

Ben Howard torna in Italia per la seconda volta a distanza di pochi mesi, dopo la data estiva nella magica cornice dell’anfiteatro del Vittoriale sul Lago di Garda. I ricordi delle calde sere d’estate lasciano spazio alla realtà del freddo milanese di fine novembre, che ospita il cantautore britannico in uno spazio importante, quello del Fabrique, che pur non essendo pienissimo di lì a breve lo accoglierà con un calore speciale, forse un po’ inaspettato.

Il concerto inizia puntuale alle 21:30, e la prima cosa che sorprende del palco è la quantità di musicisti e di strumenti presenti: il cantautore è circondato da ben otto strumentisti, tra cui due sezioni ritmiche e un trio di archi. Sin dalla prima canzone l’impressione è quella di avere davanti una squadra ben rodata di professionisti, e ciascuno dei membri eccelle nella precisione con cui suona il proprio strumento, facendo sentire la propria voce ma al tempo stesso essendo in grado di unirsi a quelle degli altri. Si crea così uno sfondo sonoro compatto e raffinato, che procede senza lunghe interruzioni tra un brano e l’altro.

Nello show infatti si susseguono una dopo l’altra le canzoni dell’ultimo album del cantautore londinese, Noonday Dream, proprio nell’ordine in cui sono inserite nel disco. È una scelta insolita, ma il pubblico sembra apprezzare ascoltando in religioso silenzio, forse preparato o forse a tratti un po’ intimorito dalla serietà di questo spettacolo. L’atmosfera che avvolge la sala per un’incredibile ora e quaranta minuti di concerto è appesa su un filo che oscilla tra il magico e il sognante: i riverberi delle chitarre, la voce unica e mai in difficoltà di Ben Howard, la precisione nell’esecuzione e le lunghe code strumentali aggiunte ai vari brani traghettano gli spettatori in un’altra dimensione. Chissà, forse l’ambiente del teatro sarebbe stato ancora più adatto di quello del club, ma ciò non sembra intaccare minimamente la magia che viene creata.

Oltre al tripudio di suoni raffinati, degni di nota sono gli effetti ottici che accompagnano lo show: semplici luci che si alzano e si abbassano illuminano i musicisti sul palco, cambiano colore e mischiandosi al fumo creano un effetto quasi mistico. Incredibili visual raffiguranti paesaggi ed elementi della natura come terra, acqua, riverberi di luci, erba e roccia si alternano in sequenze psichedeliche, aiutati e sostenuti dalle coreografie delle luci.

Ero da sola a questo concerto, ma non avrei potuto chiedere compagnia migliore: l’unione di musica, luci e colori si è trasformata in una coperta calda da appoggiare sulle spalle, e al tempo stesso in un tappeto volante in grado di trasportare me e il resto del pubblico verso mondi lontani e paracosmi, permettendo a ciascuno di navigare nelle calme acque dei propri pensieri. Le tracce del disco si susseguono una dopo l’altra, e le prime parole di ringraziamento del cantautore arrivano solo dopo il quinto brano: un timido “grazie” per poi riprendere subito e lasciare spazio alla musica, che parla da sola.

Verso la metà dello show per la prima volta vengono proiettate immagini “reali”, ovvero un video sconcertante di una telecamera di sicurezza di un negozio che riprende la ressa in occasione del Black Friday. Dopo poco le immagini assumono colori vivi e molto saturati, quasi a volerle rendere una stranezza proveniente da un altro mondo, che non ci appartiene. Questo momento di delicata e sconcertante riflessione sulla follia della società occidentale di oggi è accompagnata anche da una cover, forse la canzone più azzeccata per quel momento, ovvero Wild World di Cat Stevens. Continua poi la seconda parte del concerto, sempre con pochissimo spazio per le parole, tra cui un breve aneddoto, impregnato di un umorismo tagliente e tipicamente British: “Grazie per essere qui. Stanotte abbiamo attraversato le Alpi, un vero spettacolo. Abbiamo fatto molte foto dai finestrini del tourbus, cercando di immortalarne la bellezza… eravamo convinti di aver ottenuto un buon risultato, poi le abbiamo riguardate ed erano tutte brutte, non ne era venuta nemmeno una! Ma anche la vita è così del resto.”

L’encore è senza dubbio il momento più atteso dai presenti, speranzosi di poter sentire le canzoni che più amano dai dischi precedenti del cantautore. E infatti si sussegue una tripletta di brani dell’album del 2014 I Forget Where We Were: per la prima volta durante lo show si alzano in aria i cellulari, per registrare titletrack, In Dreams e End Of The Affair. Il pubblico canta assieme a Ben in questo agognato momento.

Sfortunatamente non c’è spazio per nessun brano dell’album d’esordio del cantautore, Every Kingdom, che contiene i suoi brani più famosi e più amati. Scelta artistica discutibile e insolita, che però sottolinea il voler presentare uno show unico, irripetibile ed esperienziale; sicuramente in futuro non ci saranno più occasioni per sentire dal vivo e per intero questo disco. Forse l’intento de cantautore è anche quello di sottolineare un determinato stato dell’arte, un’educazione all’ascolto e al rispetto dell’interezza di un’opera, specie in un’epoca dove domina il consumo mordi e fuggi. Lo spettacolo termina sulle note di una delle ultime tracce pubblicate, ovvero Hot Heavy Summer. Il Fabrique ringrazia con un caloroso applauso e fischi di apprezzamento, sperando in un “arrivederci” al prossimo album, per un altro viaggio.

La scaletta del concerto
1. Nica Libres at Dusk
2. Towing the Line
3. A Boat to an Island on the Wall
4. What the Moon Does
5. Someone in the Doorway
6. All Down the Mines (Interlude)
7. Wild World (Cat Stevens Cover)
8. The Defeat
9. Agatha’s Song
10. There’s Your Man
11. Murmurations
Encore:
12. I Forget Where We Were
13. In Dreams
14. End Of The Affair
15. Hot Heavy Summers

Le foto del concerto

Sara Beretta

Foto di Francesco Prandoni

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