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Lo show ambizioso e corale di Benjamin Clementine

Servono cinque minuti per cominciare. Cinque minuti che si dilatano tra l’ingresso di Benjamin Clementine sul palco della Cavea dell’Auditorium e il momento in cui tutto il pubblico, dietro invito silenzioso del cantautore inglese, si sieda per ascoltare il concerto. Cinque minuti durano un’eternità, sono un misto di urgenza, imbarazzo e attesa: il giusto mix prima di calarsi nello show ambizioso di Benjamin Clementine, una delle voci più interessanti e singolari, se ci passate il termine, emerse nel panorama musicale internazionale.

La prima cosa che salta agli occhi è quanto sia alto il cantautore inglese. Alto, e regale come un principe africano. Le mani lunghissime sono curvate elegantemente sui tasti del pianoforte, che affronta appollaiato su uno sgabello e a piedi nudi, vestito con una tuta blu da metalmeccanico con sopra una specie di cappa bianca rilucente, un po’ “Mirafiori meets Via Montenapoleone“. Ad accompagnarlo cinque coriste in tuta bianca, un batterista, un bassista e una timida, bravissima polistrumentista che passa dalla spinetta alle programmazioni fino al violoncello. Benjamin Clementine dice “Grande grazie” per salutare il pubblico di Roma e comincia subito alla grande con By The Ports Of Europe, un inno strettamente di attualità, e God Save The Jungle.

Non è facile inquadrare Benjamin Clementine. Su disco ci ha abituati ad atmosfere dolenti e profonde, spesso impenetrabili in una sofferenza rivelata ma mai troppo compresa. Dal vivo il cantautore inglese mostra un lato decisamente meno ostico, addolcito dall’assenza di barriere con i suoi fan. Oltre a rimproverare affettuosamente quelli che camminano lungo la curva della Cavea invece di sedersi per il concerto, Benjamin Clementine si dimostra un re nella direzione artistica dei fan accorsi ad ascoltarlo: chiama battimani ed educa il pubblico in due o tre cori simil-gospel di cui si stupisce lui stesso.

La scaletta è breve ma intensa, pesca a piene mani dai lavori in studio del cantautore inglese, il disco At Least For Now del 2015 e i due EP precedenti Cornerstone e Glorious, che gli hanno fatto fare il salto di qualità verso il successo. L’album nuovo, I Tell a Fly, è previsto per ottobre 2017 ma Clementine anticipa varie canzoni, alcune già note al pubblico come Phantoms Of Aleppoville e la già citata God Save The Jungle, altre inedite come Ave Dreamer o Paris Cor Blimey che ascolteremo nella loro forma definitiva tra qualche mese. L’eleganza innata di Benjamin Clementine si trasforma e sembra diventare più accessibile, anche se si sente ancora un tocco di acerba voglia di strafare.

Il brano più applaudito non poteva che essere Condolence, il singolo più riconoscibile, che termina con un sing along del pubblico guidato dallo stesso cantante e dalle sue cinque coriste. Non te lo aspetti un tale coinvolgimento liberatorio da parte di un cantautore che sembra venire da altri universi, ma Benjamin sa come stupire.

Gioca anche l’asso pigliatutto sull’acclamatissima London: Clementine vuole i cori ma il pubblico non sa le parole, quindi chiama sul palco uno spettatore per tradurre il significato in modo che tutti possano cantarlo. Il volontario dalle prime file è Carlo Massarini, nome storico della divulgazione e del giornalismo musicale italiano, che istruisce il pubblico prima di abbracciare Benjamin e tornare a sedersi. Il risultato è il coro infinito sul verso “When my preferred ways are not happening I won’t underestimate”, con il cantautore inglese sinceramente rapito dal trasporto del pubblico.

Sui bis la tradizionale compostezza della Cavea si disfa, accorrono in molti sottopalco per vedere da vicino il magnetico cantautore inglese. Benjamin Clementine si prende un minuto di respiro prima di tornare al pianoforte e dare il via al finale del concerto, dove omaggia inaspettatamente Lucio Dalla interpretando i primi versi e il ritornello dell’immortale Caruso tra gli applausi del pubblico. Un live che ha mostrato a molti il potenziale ancora infinito e inesplorato di un artista incredibile sotto tutti gli aspetti, che meriterebbe maggiori fortune. O forse no: ascoltare un concerto così, a volte, deve essere un privilegio di chi riesce a capirlo.

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