Onstage
Bianco_Quattro

Bianco a Milano: «Non più cantautore, ora Bianco è una band»

Ci son concerti che hanno la forza di collocarti perfettamente nella dimensione originale di quell’immenso mondo che è ormai diventato la musica dal vivo. Tra scenografie pazzesche, palchi inclinabili e band numerosissime, un cantautore con la sua band e le sue innumerevoli e potenti parole appare come una boccata d’aria fresca, una commovente risposta ai movimenti discografici impazziti e alle tracklist confezionate. Ma non facciamo nomi, né scadiamo nella polemica. Basti dire che Bianco e il suo tour – che porta in Italia la sua ultima produzione Quattro – appartengono a questa fortunatissima e impagabile categoria. Il cantautore torinese arriva a La Salumeria della Musica milanese pieno di energia, di voglia di cantare e di far sentire la propria voce e i propri testi, in un contesto semplice, con poche luci e nessuna distanza tra artista e pubblico.

Non potrebbe essere altrimenti, perché Bianco ha un dono straordinario, più che mai evidente nell’ultimo album: ha una penna capace di parlare a tutti con immagini quotidiane e riflessioni forse comuni, snocciolate però con una capacità di analisi cristallina e un suono ormai sempre più distinguibile. «Bianco non è più un cantautore, ora Bianco è una band» sentenzia Alberto dal palco richiamando l’attenzione sui suoi musicisti, quelli che – del resto – ormai lo accompagnano da quattro anni e che con lui hanno condiviso i palchi del tour di Niccolò Fabi. «Questa band è un suono» ci disse il cantautore quando capitò di intervistarlo in occasione dell’uscita di Quattro, ed è più che mai evidente nel momento in cui salgono tutti sul palco, con i sorrisi larghi e gli abiti un po’ improbabili. Ma insomma, gli outfit e la scenografia – credetemi – in live come questi non hanno peso, ed è confortante scoprire che va bene anche così, che la musica possa ancora essere solo un racconto in note e che la parole diventino le protagoniste effettive di una storia comune e condivisa, anche solo per poche ore.

Le sue parole, Bianco, le fa sentire bene: la scaletta predilige, com’è consuetudine, i brani dell’ultimo album, che sono cari al cantautore e alla sua band. Si inizia proprio con 30 40 50, ma c’è spazio – nel corso della serata – anche per le “vecchie glorie” di Alberto, che saltando qua e là tra la sua discografia, riesce anche a dimostrare tutta la propria coerenza artistica. Insomma, come lui non c’è nessuno. Non lo si può dire di chiunque.

Il pubblico, del resto, le canzoni le canta tutte. Bianco ironizza anche un po’ sulla folla meneghina che lo accoglie. «Solo qui mi capita di vedere gente in giacca e cravatta. – scherza – Ma ci sta, avete ragione voi. Questa, del resto, è una serata». Eppure, nonostante l’apparente eleganza degli spettatori, la sensazione è quella di trovarsi a casa di amici, quasi in un cerchio immaginato in cui si condividono emozioni e pensieri. E’ la forza di musicisti come Bianco, che concede una pausa alla sua band solo sul finale, per cantare in acustico – solo voce e chitarra – Mela. Quando i musicisti rientrano, però, è totale libertà: per gli ultimi brani (Le stelle di giorno chiude il live), la band scioglie le ultime riserve, fa saltare qualche bretella, sparire le giacche e si diverte a ballare e a giocare sul palco, mentre il pubblico rumoreggia nella speranza che il concerto prosegua ancora un po’.

E’ il fermoimmagine perfetto di un live a regola d’arte, non imbrigliato in cornici eccessive e in troppi colori. Anche perché a Bianco non serve nulla di tutto ciò. Lui ringrazia chi gli ha permesso di arrivare a far sentire le proprie parole, dalla casa discografica ai musicisti. Chiude Organo Amante (altro brano dell’ultimo album), ringraziando il pubblico per essersi «sorbito questo pippone da dieci minuti», ma che del resto ora vive «la libertà di non seguire più le regole discografiche, di cui tanto non si capisce più un cazzo».

Anche noi, forse, ci stiamo capendo poco. Ma in live con questa forza comunicativa appare tutto un po’ più chiaro e meno opaco. Ed è un po’ come rendersi conto improvvisamente che, alla fine, bastano un live effettivamente suonato e il potere delle parole. Che arrivano chiarissime quando chi le pronuncia può quasi essere toccato e non scompare tra il caos di orpelli scenici e sovrastrutture, ma appare nitido e potente nella sua disarmante semplicità.

Altri articoli su questo concerto

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI