Onstage

Il racconto dello show dei Blackberry Smoke a Milano

I Blackberry Smoke approdano in Italia per il loro tour in supporto del nuovo album Find a Light e Milano, come già era successo nel 2016 al Carroponte, si trasforma per una sera in Dixieland.

L’Alcatraz si appresta a ospitare i suoni, le sensazioni, i rumori e perché no, anche gli odori del Southern rock, quella branca musicale nata negli stati meridionali americani e che più di ogni altra è impregnata della terra e degli uomini che la vivono. I temi che ricorrono nei testi delle canzoni sono ridondanti, espressi ossessivamente, e riguardano le radici, l’attaccamento alla famiglia, l’amore (‘La vita, l’amore e le vacche’, parafrasando un film degli anni ’80 con Billy Crystal e Jack Palace), un indiscusso machismo nell’approccio alle faccende quotidiane, ma che proprio per questa durezza sfoga in musica in un accentuato romanticismo, in una ricorrente leggerezza dei toni.

Il Southern rock è un rito catartico di sfogo per una vita dura passata sotto il sole, tra sangue e sudore, in terre bellissime ma non proprio accoglienti. E’ incredibile la risposta milanese a questo tipo di cultura, così lontana dalla realtà cementificata di uffici, app di cellulari, tram, via vai convulso nelle nostre trafficate strade della vita. Forse proprio per questo ci piacciono tanto, perché rappresentano una finestra su spazi sconfinati, calmi e mortali, ancora così legati ai cicli naturali dai quali ci stiamo progressivamente allontanando.

Il Southern rock ha contaminato molti altri generi a cominciare dal metal, con i Pantera che furono o gli attuali Texas Hippie Coalition; proseguendo con il punk, con i Social Distortion e una miriade di piccole band che affollano il mercato americano e che qui in Italia faticano ad arrivare. I Blackberry Smoke sdoganano il genere proponendolo nel mondo Alternative, con risultati egregi sia in studio che sul palco.

La setlist di stasera è l’esempio di un progetto che funziona, che nella sua nicchia regala soddisfazione e buona musica. Sono ormai sei gli album prodotti dal gruppo di Atlanta, Georgia, e i loro concerti sono un concentrato di energia, sentimento e divertimento, come deve essere una serata da cowboy in un Country Bar disperso nella steppa dove i lavoratori vanno ad espiare le loro colpe e i loro peccati affogandoli nella birra e nella buona musica, magari cercando di esorcizzare un demone o un amore perduto.

L’Alcatraz e il suo pubblico sembrano voler regalare al gruppo uno spaccato quanto più fedele del loro lontano contesto, con un sacco di jeans, smanicati, capelli lunghi e cuoio. Il gruppo sembra apprezzare, e come sempre, saliti sul palco, scaricano immediatamente una carica di buon umore immediato. Charlie Starr con i suoi basettoni e il suo largo sorriso è come sempre impeccabile, sia nel cantare che suonare la chitarra. Il barbone e gli occhiali da sole Richard Turner si abbina perfettamente alla bombetta del fratello Brit alla batteria. Con Paul Jackson e Brandon Still formano un quadretto perfetto per ricreare la sensazione di trovarsi nel sud degli Stati Uniti.

Le canzoni proposte sono l’eredità perfetta del sound reso glorioso da gruppi come The Allmann Brothers Band, The Grateful Dead e soprattutto Lynyrd Skynyrd. Alcuni pezzi sono puramente Dixie, come l’elettrizzante Let It Burn e Nobody Gives a Damn, mentre altri spingono più sull’Alternative, come Waiting For The Thunder con il suo maestoso ritornello. Jackson alla chitarra solista regge il confronto con i giganti che nel Southern rock hanno ricoperto il suo stesso ruolo. Il gruppo funziona benissimo nei pezzi più melodici e leggeri, come l’apprezzatissima Run Away From It All e Good Oe Comin’ On, mentre nelle ballate si apprezza la sensibilità vocale di Starr. La ballatona è un elemento imprescindibile nel genere, proprio perché incorpora al suo massimo l’espiazione catartica di una personalità dura ma dal cuore d’oro. E perfette in questo senso sono il valore salvifico che dona Medicate My Mind o l’atmosfera crepuscolare della bellissima The Whipporwill.

I Blackberry Smoke, con il loro jeans e il loro cuoio, le loro basette ingombranti, i loro sorrisi scavati dall’aria aperta e da stralci di paesaggi che possiamo solo sognare, funzionano incredibilmente bene nella nostra alienata realtà. Perché cos’è la buona musica se non un mezzo per andare lontano con la mente e con il cuore, ogni volta che si vuole?

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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