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Il racconto del concerto di Cat Power a Milano

Andare a vedere un concerto di Cat Power è sempre stata una scommessa. Chi la conosce sa bene che a seconda dei casi potrebbe trattarsi di un completo disastro oppure della notte più magica della sua vita. Ed è proprio in virtù di questa possibile magia che accetta il rischio di un’eventuale catastrofe.

Un rischio che c’è sempre stato fin dagli esordi dei primi anni 90 quando l’ex “ragazza interrotta” di Atlanta ha cominciato a esibirsi in pubblico, manifestando sul palco un certo malessere misto a un forte senso di inadeguatezza. Spesso, infatti, cominciava una canzone e poi si interrompeva, chiedeva scusa e scoppiava a piangere. A volte si esibiva addirittura di schiena per non incrociare lo sguardo del pubblico. Altre volte si chiudeva direttamente in camerino e non usciva più, o se usciva poi abbandonava il palco lasciando i concerti a metà. Uno dei casi più eclatanti fu quello del 1999 alla Bowery Ballroom di New York quando, durante il tour di Moon Pix, decise di affrontare il pubblico a modo suo: all’improvviso scese in mezzo alla folla, si sdraiò a terra in posizione fetale e cominciò a dondolarsi, piangendo e tenendosi la testa fra le ginocchia, con i fan attoniti che le si strinsero attorno, accarezzandole il capo nel vano tentativo di consolare l’inconsolabile.

Fossimo stati ai provini di X Factor si sarebbe beccata quattro NO dai giudici e nessuno ne avrebbe più sentito parlare

Ai tempi in molti si chiesero se fosse pazza o se lo facesse apposta per far parlare di sé. La verità è che molto probabilmente Cat Power (all’anagrafe Charlyn Marie Marshall detta Chan) non era né pazza, né un’astuta manipolatrice dell’audience, ma semplicemente “una ragazza incasinata che cercava la sua pace mentale”, come la Clementine di The Eternal Sunshine of a Spotless mind.

Una che nonostante la sua giovane età ne aveva già passate tante – la separazione dei genitori quando aveva tre anni, i continui cambi di città, una madre alcolizzata che la faceva sentire sempre in torto portandola a interiorizzare un forte senso di colpa (ragion per cui ancora oggi Chan si scusa in continuazione e dice sempre “mi dispiace” ), l’abbandono da parte di quella stessa madre prima e del padre poi, la morte di alcuni amici a causa dell’eroina, la separazione da quello che credeva fosse l’amore della sua vita e infine anche un aborto – ed era riuscita ad alleviare tutte le sue sofferenze mettendole in musica, ma non era ancora abbastanza forte da riuscire a cantarle davanti ad altre persone.

Fossimo stati ai provini di X Factor si sarebbe beccata quattro NO dai giudici e nessuno ne avrebbe più sentito parlare. Fortunatamente, per lei e per noi, ai tempi le cose funzionavano diversamente e anime fragili come la sua o come quella di Elliott Smith, compagno di insicurezza cronica con una vena cantautorale per molti versi affine, hanno potuto continuare a vivere (e morire) di musica.

Da allora fino ai giorni nostri, infatti, Cat ha vissuto diverse vite. In particolare la vita artistica di Cat Power e quella sentimentale di Chan Marshall sono sempre andate di pari passo in un susseguirsi di alti e bassi, per cui ad ogni successo o momento di gioia corrispondeva poi una spirale depressiva e autodistruttiva di pari livello se non maggiore, il che l’ha portata ad avere diversi crolli psicofisici e addirittura un ricovero in una clinica psichiatrica di Miami nel 2006. Questi momenti di autodistruzione però sono sempre stati seguiti dalla rinascita di una fenice, più forte e lucente di prima.

Chi la conosce sa bene che a seconda dei casi potrebbe trattarsi di un completo disastro oppure della notte più magica della sua vita. Ed è proprio in virtù di questa possibile magia che accetta il rischio di un’eventuale catastrofe

Ed è proprio questa fenice che ieri sera ha fatto la sua apparizione sul palco dell’Alcatraz di Milano bruciando i nostri cuori con un set breve, ma intenso come un incendio interiore: 15 canzoni cantate senza interruzioni da una nuova incarnazione di Chan Marshall, tornata alla ribalta in questo 2018 in versione madre single on the road.

Già, perché dopo 6 anni di silenzio Cat Power ha finalmente pubblicato un nuovo disco. Un album che parla del suo continuo vagabondare da un posto all’altro e che si intitola appunto Wanderer, il cui sound, rispetto al precedente Sun, segna un netto ritorno alle sonorità più tradizionali del suo passato da folk singer oscura, nonostante siano presenti anche alcuni elementi di modernità, come l’utilizzo dell’auto-tune o la cover di un pezzo pop da classifica come Stay di Rihanna.
Nel frattempo Chan è anche diventata madre, ma come da copione il padre del bambino l’ha abbandonata, così come avevano già fatto in precedenza i suoi genitori e come hanno fatto praticamente tutti i suoi ex fidanzati, tra cui Vincent Gallo, il cantautore Bill Callahan (in arte Smog) e l’attore Giovanni Ribisi, detto anche “quello che faceva il fratellastro di Phoepe in Friends”.

La vera novità, però, è che questa volta Cat/Chan non è crollata.
Sarà forse proprio per dimostrare questa sua nuova capacità di reagire che Cat ha deciso di aprire il concerto con Cross Bones Style: un vecchio pezzo che era stato scritto in una notte tormentata dagli incubi e dai fantasmi nella casa che aveva condiviso con Bill Callahan e in cui era rimasta sola a disperarsi dopo che lui se n’era andato. Cat ha sempre parlato di quella notte come di una delle notti più terribili della sua vita: “The earth started shaking, and dark spirits were smashing up against every window of my house and I started praying to God to help me”.

Ma ormai gli spettri del passato non la spaventano più, tant’è che subito dopo infila in scaletta un piccolo divertissement in cui si prende gioco di loro, ovvero la filastrocca indie rock Pa Pa Power dei Dead Man’s Bones, il gruppo messo su da Ryan Gosling e Zach Shields per un progetto/film sui fantasmi che non ha mai visto la luce.

Una volta messe le cose in chiaro, la regina dell’indie rock, vestita interamente di nero, decide di farci salire a bordo della Mustang bianca di Lana Del Rey e di condurci dentro i pezzi del nuovo album. Il primo ad essere eseguito è Robbin Hood (con due “b” alla romana), un brano con un ritmo che sembra uscito dal saloon di un film western in cui non si capisce “Who robbing who?”, e che avrebbe potuto tranquillamente essere cantato da un poeta-menestrello col cappello da texano come Townes Van Zandt.
Il secondo invece si intitola Me Voy, e dal vivo rende ancora meglio che su disco: con l’atmosfera magica che si crea intorno al brano, sembra quasi di poter sentire il fischio del vento nel deserto, mentre la voce di Cat si strugge nell’incapacità di prendere posizione tra chi deve andare via (I am leaving Me voy, me voy) e chi supplica di restare (Wish you could stay tomorrow / Wish you would stay / Don’t go tomorrow / Don’t go anyway), con l’utilizzo del doppio microfono che in questo caso assume anche un carattere simbolico.

Molte canzoni del nuovo album – ma in realtà molti pezzi di Cat Power in generale (si pensi ad esempio a Good Woman o a Colors and The Kids) – sono incentrate proprio su questo tema: la difficoltà del lasciar andare qualcosa o qualcuno e sulla dicotomia tra la voce interiore che ti urla “vattene via” e un’altra, spesso esteriore, che dice “resta ti prego”. In un certo senso le sue canzoni rappresentano quasi un tentativo di trovare una (im)possibile soluzione sonora a questa battaglia interiore. Perché come diceva Calvino: “Solo nel chiamarci a lunga distanza si perpetua il primo richiamo della lontananza, il grido di quando la prima grande crepa della deriva dei continenti s’è aperta sotto i piedi d’una coppia d’esseri umani e gli abissi dell’oceano si sono spalancati a separarli mentre l’uno su una riva e l’altra sull’altra cercavano col loro grido di tendere un ponte sonoro che ancora li tenesse insieme”.

Tornando al concerto, possiamo dire che pur non essendo all’altezza dei capolavori del passato, i pezzi nuovi hanno addosso il sapore dei mille viaggi tra le strade polverose d’America e fanno comunque la loro (s)porca figura. Tra gli altri spicca il singolo Woman in cui Cat Power, senza la voce dell’amica Lana Del Rey presente invece su disco, mette ancora in chiaro una cosa:
The doctor said I was better than ever,
Man, you shoulda seen me
The doctor said I was not my past, he said I was finally free.
Cat ci tiene a precisare che ormai non è più la ragazza fragile di un tempo, ma una donna libera, forte e matura: “I’m a woman, I’m a woman, I’m a woman, I’m a woman, I’m a woman” ripete in maniera quasi ossessiva nel ritornello.

La sua musica è come un liquido amniotico che ti avvolge dentro una culla d’acqua invisibile e ti riporta alla mente sensazioni nascoste dentro a ricordi primordiali che non sapevi nemmeno di avere, quando ancora non eri nato, ma eri già lì piccolo e indifeso e al tempo stesso protetto come non lo saresti mai più stato

Oltre alla presentazione del nuovo album, la serata lascia poi parecchio spazio a un’altra specialità della casa, ovvero le cover di pezzi immortali trasfigurati in melodie lente e minimali che puntano dritte al cuore. La sequenza che Cat ci regala a metà concerto è un medley letteralmente da paura in cui mette in fila la ballata dal cuore di tenebra di Nick Cave In To My Arms, il profondo soul di Dark End of The Street di James Carr e lo spirito dell’oltretomba di I Am Stretched on Your Grave di Sinead O’ Connor, mischiate insieme a 2 pezzi autografi: I Don’t Blame You – che parla di Kurt Cobain ma anche di sé stessa e del difficile rapporto con il successo, il pubblico e lo stare sul palco (You were swinging your guitar around / Cause they wanted to hear that sound / But you didn’t want to play / And I don’t blame you) – e la nuovissima Horizon posta alla fine di questo girone della notte più buia come punto di partenza per la ricerca di una nuova alba:
You’re on the horizon I cannot stay
You’re on the horizon I’m on my way
You’re on the horizon
I’m headed the other way

Come se non bastasse più avanti arriverà anche un altro mash-up capace di stendere un elefante. Il tempo si ferma, proprio come nella scena dei Tenembaums in cui Gwyneth Paltrow scende dall’autobus, e all’improvviso parte l’arpeggio di These Days, scritto da Jackson Browne per la voce di Nico. Solo che per una volta quella voce viene sostituita in maniera egregia da quella di Chan, che poi decide di diluire il tutto nella sua canzone/dedica d’amore a Bob Dylan (Song To Bobby) in cui racconta il loro primo incontro avvenuto nel backstage di un concerto a Parigi.
Menzione d’onore anche per la cover di Shivers dei Boys Next Door (il primo gruppo di Nick Cave) che mette addosso gli stessi brividi contenuti nel titolo.

Infine non potevano certo mancare i vecchi cavalli di battaglia, con i quali Cat Power decide di calare il suo poker d’assi:
– dall’album You are Free viene pescata Good Woman, che con o senza i cori di Eddie Vedder rimane comunque la ballata dell’amore perduto più bella di sempre;
– dal precedente Sun viene estratta Manhattan che oltre a rappresentare la sua idea di libertà rappresenta anche il pezzo più movimentato della serata;
– dalla collezione di cover Jukebox esce Metal Heart, che però merita un’ulteriore precisazione essendo un pezzo che Cat ha inciso due volte a 10 anni di distanza l’una dall’altra. La prima nel 1998 su Moon Pix e la seconda nel 2008 su Jukebox, quasi come se ci fosse un tentativo di instaurare una specie di dialogo tra la sé stessa giovane e fragile dei vent’anni e quella più forte e matura dei trenta. Il cuore metallico della prima è un cuore arrugginito e inaridito dalle troppe sofferenze patite quando ancora non era in grado di affrontarle. Il cuore di metallo della seconda è come una corazza o un’armatura scintillate, ma a differenza dell’uomo di latta del mago di Oz, lì dentro un cuore vivo e pulsante c’è e lo senti battere così forte che non riesci più a capire se è il tuo o il suo.

La chiusura viene affidata alla luna con The Moon (da The Greatest), il pezzo che racchiude il senso della vita e della morte in un punto lontano che prima si vede e poi non si nota più. La sua musica è come un liquido amniotico che ti avvolge dentro una culla d’acqua invisibile e ti riporta alla mente sensazioni nascoste dentro a ricordi primordiali che non sapevi nemmeno di avere, quando ancora non eri nato, ma eri già lì piccolo e indifeso e al tempo stesso protetto come non lo saresti mai più stato.
Perché alla fine tutti possono essere liberi.
Maybe not with words
Maybe not with a look
But with your mind
(Maybe Not – Cat Power, Charlyn “Chan” Marshall)

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Redazione

Foto di Francesco Prandoni (concerto di Milano del 2013) - Testo di Andrea Pazienza

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