Onstage
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La musica di Coez arriva dritta al cuore e il concerto all’Alcatraz ne è la prova

L’ultima cosa che leggo poco prima di entrare all’Alcatraz per la prima delle tre date milanesi del Faccio un casino tour di Coez è il suo post su Instagram: “Questa sera io e Banny da tradizione spezzeremo cuori e incendieremo gli animi, perché è così da sempre e così sempre sarà, con 20, 200, o 2.000 persone”. La voce di Coez mi ha fatto compagnia per tante ore negli ultimi mesi e più di una volta è riuscita a essere terapeutica. Hai presente quando stai male, ascolti una canzone a caso e ti senti meglio perché sembra sia stata scritta apposta per te? Da questa serata mi aspetto grandi scompensi cardiaci (spoiler: ci sono stati).

Le note stonate sono all’inizio: il concerto inizia con due ore e due minuti di ritardo. Se da un giovane Axl Rose ce lo aspettavamo tutti, da Silvano Albanese (è questo il nome del 34enne romano) no. L’Alcatraz è sold out, il pubblico è giovane, ha un’età che va dalle liceali che in camera hanno appeso il poster ai poco più che trentenni che nella sua musica hanno trovato qualcosa a cui aggrapparsi e in cui riconoscersi. Alle 22:50 l’illusione: parte la base di Barceloneta, il brano che Coez canta insieme a Carl Brave x Franco 126 ma dobbiamo aspettare le 23:02 prima di vederlo sul palco.

Con lui ci sono i 4 membri della band: Gaspare alla chitarra, Orange al basso, Passerotto alla batteria (e per due brani alla tastiera) e l’immancabile dj Banana Burger. Si parte con Forever Alone, Occhiali Scuri (quelli che Coez continua a mettere e togliere per tutto il concerto) e Siamo morti insieme che scorrono una dietro l’altra. Ma pretendiamo delle scuse, Coez lo capisce: “Milano come va? Ci perdonate un po’ di ritardo?”. Negativo, siamo ancora contrariati per le due ore di attesa. “Scusate, ci hanno comunicato l’ora sbagliata probabilmente”. Anche a noi, a quanto pare. Coez cerca di farsi perdonare con Parquet e Le luci della città, primo momento di pathos della serata con il consueto tappeto di luci creato dagli smartphone che ondeggia sulle teste dei presenti. Le scuse funzionano: probabilmente, se in questo momento Coez ci dicesse davvero “Salto nel vuoto, vieni con me”, gli diremmo di sì. Ogni pezzo cantato stasera assume una veste nuova: i musicisti al fianco di Coez sono incredibili e ti ricordano quanto un concerto dal vivo possa essere ancora più impattante ed emozionante di un pezzo ascoltato su disco. Se certe parole e certi suoni hanno presa diretta nel cervello quando li ascolti da solo, sentirli suonare dal vivo li rende quasi tangibili, come se fossero persone reali che ti stanno raccontando una storia che ti piace. In Hangover emerge la doppia anima della musica di Coez: c’è l’hip-hop studiato e portato avanti nel periodo Brokenspeakers, c’è il pop che lo ha legato per anni a Carosello Records e a Riccardo Sinigallia, ma c’è soprattutto la scelta di mettere i due elementi insieme e di creare una struttura ancora diversa rispetto a quello a cui siamo abituati. Coez viaggia su due binari e non si può dire che non sia un ottimo conducente. Lo dimostra con E yo mamma, il pezzo che ha dedicato alla madre e che scatena le lacrime. È il grazie che ognuno di noi vorrebbe dire ai suoi genitori, soprattutto quando sono lontani. Non so cosa abbiano provato gli altri in quel momento, ma io ho sentito il cuore stringersi e poi farsi più grande di fronte a questa meravigliosa dedica.

In scaletta non mancano brani dall’album del 2013 Non erano fiori come Lontana da me e la title-track. “Penso che la maggior parte di voi mi conosca per Faccio un casino. Ma è il mio quarto album solista. È un po’ che sto in giro a dire la verità” sorride Coez. Ma non coglie l’Alcatraz impreparato: i presenti sono dei fan navigati e cantano le canzoni col cuore in gola e in mano. A sorpresa ospita anche Gemello per i pezzi della loro collaborazione, Testa uragano e Taciturnal.

Coez è molto ironico, si prende in giro (“Scusate ma mi sono svegliato con un po’ di occhiaie, riesco a dormire poco per colpa del successo. Dicono che sono il fenomeno del momento”) e noi ridiamo con lui. Piace perché nelle sue canzoni affronta argomenti che danno fastidio o vengono fuori dal cuore spezzato, ma è proprio in questi casi che si riesce a fare quel “casino” inteso nel senso più positivo del termine: sono gli attimi in cui cadiamo quelli in cui troviamo la forza per diventare più forti e dare alle cose il giusto senso. Alla domanda “Siete pronti regà? Fate casino!”, l’Alcatraz risponde ma l’intensità è troppo debole. Coez racconta che per questa canzone esiste una sorta di contest a chi la canta più forte, per ora vince il pubblico di Molfetta ma l’Alcatraz è troppo gustoso per non provarci. “Dai rifacciamola, così gli rompiamo il c*lo!” ordina Coez prima di ripartire e la canzone è più forte, più sentita, più nostra.

Il momento dei saluti è con La strada è mia. “Non vi arrabbiate se non torniamo sul palco. Questa cosa che uno scende e poi risale ogni tanto è figa, però non deve essere una prassi ché poi uno ci rimane male. Questo è il mio pezzo preferito. Che sicuramente non conoscete però è molto bello. Buonanotte a tutti, regà!” saluta Coez. E nel sentire quella strofa “Ho messo l’anima nei dischi” la vediamo sul serio l’anima di Coez, che si mescola alla nostra, che ci fa stare bene mentre facciamo casino, che ha la capacità di trasformare una realtà nera in HD.

Coez Milano 2017, la scaletta del concerto del 2 dicembre

Forever alone
Occhiali scuri
Siamo morti insieme
Parquet
Le luci della città
Delusa da me
Hangover
E yo mamma
Lontana da me
Non erano fiori
Vorrei portarti via
Le parole più grandi
Costole rotte
Ali sporche
Jet
Testa Uragano
(con Gemello)
Taciturnal (con Gemello)
Faccio un casino
La musica non c’è
Chiama me
Ciao
La strada è mia

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Maria Saia

Foto di Elena Di Vincenzo

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