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I Coldplay a San Siro, il concerto totale

Una sera della scorsa estate, seduto al fresco di una veranda attrezzata per la cena, ascoltavo la musica dei vicini. Una famiglia composta da padre, madre, due figli adolescenti o quasi. Un aggeggio con connessione bluetooth amplificava la playlist di uno degli smartphone dalla famigliola. Beyoncè, i Maroon5, gli One Republic. Poi, a un certo punto, Adventure Of A Lifetime. Eh? Cosa ci fanno i Coldplay lì in mezzo? Trattati come un gruppo qualunque dentro una playlist qualunque, ascoltati con poca attenzione da una famiglia qualunque? Canticchiati da bambini! Lo stesso fastidio che avevo provato dopo la pubblicazione di A Head Full Of Dreams. Mi era parso un disco artificiale, falso. Chris Martin non è Adam Levine, le canzoni dei Coldplay non si mimetizzano nelle playlist generate da un algoritmo. Loro sono quelli di un capolavoro come Viva la vida (tutto l’album intendo), quelli di Parachutes, un disco che non puoi ascoltare se non per intero, dalla prima all’ultima traccia. Dov’era finita quell’autenticità? E la malinconia?

Poco meno di un anno dopo entro a San Siro per la seconda data dei Coldplay a Milano, uno dei concerti più attesi dell’anno (e non solo). Il Meazza è gonfio di gente come non lo vedevo da tempo, è un sold-out vero in tempi di sold-out finti. Visti i prezzi dei biglietti sui siti di secondary ticketing, evidentemente c’è un sacco di gente disposta a spendere un sacco di soldi per certi eventi. Ma questo è un altro discorso. Mi guardo intorno e vedo quello che mi aspettavo: gli (ultra)trentenni che si sono innamorati dei Coldplay con Yellow e non li hanno più abbondonati, ragazzine che hanno scoperto da poco il viso e le canzoni di Chris Martin (magari grazie al featuring con Rihanna), famiglie con bambini. Sembra la sera in veranda dell’estate scorsa in scala 1:10.000. Stavolta però è tutto così bello.

Le prime due canzoni in scaletta sono A Head Full of Dreams e Yellow, ovvero l’ultima o quasi (in senso temporale) e la prima. Poi Every Teardrop Is a Waterfall e The Scientist, ossia la versione più tamarra e quella più raffinata della band inglese. Ho la sensazione che i Coldplay mi stiano dando una lezione: guardaci, siamo liberi di essere tutto quello che siamo stati in 17 anni di carriera. In realtà i quattro sul palco, stanno solo pensando a fare «il miglior spettacolo della nostra vita, perché San Siro pieno è il coronamento della nostra carriera». Ai polsi della gente del Meazza, 50.000 braccialetti producono luci a intermittenza colorate di rosso, poi di blu, poi di giallo e di tutti i colori una festa. Uno spettacolo impressionante. A Chris Martin e compagni bastano venti minuti per mettere le cose in chiaro: signore e signori, uno show così non l’avete mai visto. La risposta del pubblico è adeguata. Un boato dietro l’altro, cori infiniti e potenti, mani al cielo senza sosta per far brillare i braccialetti. Un entusiasmo del genere non si vede facilmente, e vi assicuro che ho una certa esperienza quanto a concerti.

Ho la netta sensazione che quello a cui sto assistendo non è solo il grande spettacolo di una band in stato di grazia. È qualcosa di più. Sul palco c’è uno show all’avanguardia e un gruppo all’apice della propria carriera che può assumere la forma che vuole con disinvoltura, una hit dopo l’altra. Sotto al palco il pubblico più eterogeneo che si possa immaginare, che è parte fondamentale di quello che accade dentro San Siro. Musica e spettacolo non si pestano i piedi e anzi camminano orgogliosamente vicini, anche se la musica è sempre mezzo passo più avanti. Esistono concerti più fisici o introspettivi, creazioni visual con uno spessore artistico maggiore, musicisti più virtuosi e frontman più sexy. E possono legittimamente piacere di più. Ma oggettivamente in questo momento nessuno è in grado di proporre uno spettacolo tanto compatto e grandioso sotto tutti i punti di vista. Non ci sono punti deboli, non ci sono pause. Quello dei Coldplay è il concerto totale dei nostri giorni.

Esco da San Siro sulle note di Up&Up, che insieme a Everglow è il brano che più ho apprezzato dell’ultimo disco. O meglio, che più rispecchia la versione dei Coldplay che amo. Ripenso a quella serata in veranda dell’estate scorsa. Faccio, facciamo sempre lo stesso errore. Pretendiamo di possedere gli artisti che amiamo, desideriamo che siano solo nostri. Li mettiamo dentro la scatola dove custodiamo con gelosia i ricordi migliori della nostra vita e non vogliamo farli uscire. Pretendiamo che diventino un pezzo della nostra – e solo nostra – esistenza. E invece l’amore non ha nulla a che fare con il possesso. Pretendere che un artista non esplori strade a noi poco familiari, che non cerchi di raggiungere il maggior numero di persone possibile, di età e culture diverse solo perché non sono di nostro gradimento è un atteggiamento meschino. La differenza che sentiamo tra la chitarra acustica di Don’t Panic e il sintetizzatore di Something Just Like This è solo egoismo.

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Daniele Salomone

Foto di Francesco Prandoni

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