Onstage
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I Deep Purple danno l’addio alle scene con indiscutibile classe

«Quasi certamente sarà il nostro ultimo tour, anche se non posso garantirlo al cento per cento. È che c’è un momento della tua vita in cui una vocina di dice “hey man, è ora di riposare e forse è giusto dare un peso a questa cosa”». Con queste parole, poco più di un mese fa, Roger Glover mi aveva salutato dopo avermi parlato dell’ultima fatica dei Deep Purple e del futuro quasi certo di una delle epopee più illuminanti della storia del rock pesante e non solo.

C’è un momento in cui tutto deve finire, va da sé, ma ci sono infiniti modi di affrontare quello che, a tutti gli effetti, per gente on the road da cinquant’anni è qualcosa che si avvicina in tutto e per tutto ad un vero e proprio lutto. Qualcuno lo capisce prima del tempo (i R.E.M per esempio) altri decidono di andare avanti fin quando fa male, fin quando ce n’è, come direbbe il buon Luciano nazionale. Ad ogni modo, nessuna delle due scelte denota più dignità o coerenza dell’altra, semplicemente qualcuno ascolta quella vocina e qualcuno decide di far finta di nulla.

I Deep Purple, molto probabilmente, hanno capito di essere arrivati a destinazione e il concerto del 26 giugno all’Unipol Arena di Bologna lo ha mostrato chiaramente. In realtà, chi li vedeva per la prima volta, ha avuto tutto quello che un concerto della band inglese potesse dare: gran tiro, suoni favolosi e un’attitudine che, inevitabilmente, in ambito rock va lentamente a scomparire insieme ai protagonisti di una stagione francamente irripetibile.

Detto ciò, nonostante un mestiere e una classe indiscutibili, ieri sera credo sia davvero andata in scena l’ultima puntata di una serie (di quasi cinquanta stagioni!) che tra colpi di scena, cambi continui di formazione, veleni e album storici non ha davvero nulla da invidiare a quelle che popolano i palinsesti attuali delle tv via cavo mondiali. La mancanza di Highway Star in apertura stranisce subito, anche se la nuova Time For Bedlam fa il suo sporco lavoro nel ruolo di opener. La prima parte di concerto è strepitosa, con un Gillan che, al solito, inizia ad urlare subito per poi lentamente rallentare e tenersi le ultime cartucce per la fine, che comunque arriverà da lì a poco più di un’ora.

L’attualità e la forza di brani come Fireball, Bloodsucker e Strange Kind Of Woman, suonati uno dietro all’altro con effetto devastante, ci ricordano che gruppo fossero i Deep Purple tra il ’70 e il ’73, ma saranno anche le ultime rasoiate prima di una serie di pezzi in grado di far rifiatare Gillan, sembrato più volte in affanno nel corso della serata. Lo stesso Morse, seppur ineccepibile e dotato di un gusto raro, manifesta acciacchi fisici che lo hanno costretto a cambiare modo di suonare, ma che non ne hanno minato assolutamente la performance. Chi sconvolge è invece Ian Paice, che poco tempo fa fece spaventare tutti a causa di una mini ischemia e che oggi resta l’ultimo esemplare di una specie di superuomini (Bonham e Moon su tutti) che rivoluzionarono la batteria così come Hendrix aveva fatto con la chitarra poco tempo prima.

La sensazione è che oggi il suono dei Deep Purple sia totalmente legato alle trovate di Don Airey, che si dimostra nuovamente l’unico sostituto possibile di quel genio che portava il nome di Jon Lord. Insomma, se Smoke On The Water, con splendide citazioni zeppeliniane di Morse (How Many More Times e The Lemon Song), riporta tutto su canali in grado di far dimenticare per un attimo la malinconia, usciamo dal palazzetto più mesti di quando eravamo entrati, ma orgogliosi di aver accettato (forse) per l’ultima volta l’invito della band.

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Luca Garrò

Foto di Roberto Panucci

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