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Fantastic Negrito e il potere taumaturgico della musica

Ci si chiede spesso quale sia il segreto del saper vivere e quale possa essere la ricetta vincente per affrontare qualsiasi cruda sfumatura della vita, per sapersi rialzare anche dalle cadute pesanti, re-iventandosi e ripartendo da capo come se nulla possa scalfirci. La storia di Fantastic Negrito è uno degli esempi più incredibili che il mondo dalla musica (e non solo) possa accogliere in questo senso, nella grande giostra umana dove salite e discese repentine si alternano senza fine, mettendo a dura prova il senso il fine e lo scopo di tutto.

Povertà, talento, illusione, successo, droga, illegalità, ribellione, sofferenza sono alcune delle infinite tonalità di cui si cosparge la carismatica personalità di Negrito (vero nome Xavier Amin Dhrepaulezz), che dopo una vita al limite – ricordiamo anche un gravissimo incidente stradale che lo fece cadere per 15 giorni in coma – è ritornato ad essere protagonista grazie alla sua tenacia e alla musica, trovando la meritata notorietà dopo anni di immeritata agonia. Reduce dai due splendidi album The Last Days Of Oakland (2016) e il bellissimo Please Don’t Be Dead (2018), la vera forza di Negrito si tocca con mano durante le sue infinite e trascinanti performance live, una sorta di edulcorato bigino del meglio della musica, entusiasmanti, riflessive, ipnotiche, teatrali.

Per la seconda della due date milanesi, Negrito sale sul palco con il suo originale look: capigliatura alle stelle, camicia bianca, una sofisticata giacca in perfetto stile James Brown, un cangiante gilet ed una appariscente cravatta rossa. Funk, rock, blues, soul, black music sono gli ingredienti della sua miscela musicale: uniti ad una voce strepitosa, rendono lo show espressivo ed elettrizzante, fra lunghe suite strumentali, monologhi e infinite interazioni con il pubblico.

Il percorso emotivo a cui costringe è enorme, e l’esecuzione dei pezzi, preparati alla perfezione nelle versioni dal vivo, è impeccabile. Bellissimo l’incedere funk di Nobody’s Makes Money, avvolgente la frenetica ritmica di Scary Woman, introdotta da un lungo e funambolico prologo. Negrito è un fiume in piena: la sua interazione con il pubblico è ritmata e scanzonata, grazie ad una prorompente presenza scenica ed ad una geniale teatralità comunicativa. Le lunghe suite parlate toccano tutti gli argomenti più legati al suo vissuto: i rapporti umani, l’America delle illusioni, le mille rivincite quotidiane.

Fra i molti brani in scaletta, la toccante interpretazione di In The Pines e An Honest Man con il suo emozionante grido di rinascita. Una menzione particolare la merita la band. Nonostante manchi il basso, la sezione ritmica è sostenuta con efficacia dalla sola batteria, il tenebroso chitarrista cileno colora le melodie alla perfezione, sfoderando cattiveria sonora solo quando serve; il bravissimo tastierista con occhiali e bretelle usa magicamente piano synth e suoni hammond molto Anni Settanta.

La chiusura è ovviamente dedicata ai singoli recenti di maggior successo, Plastic Hamburger e The Duffler, quasi superflui a conclusione di una performance già strabordante di contenuti ed emozioni. Uno degli show della stagione più riusciti quindi, che rende omaggio alla resurrezione di un artista di estremo talento, mostrandoci ancora una volta il vero segreto della rinascita: il potere taumaturgico della musica.

Le foto del concerto

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Claudio Morsenchio

Foto di Francesco Prandoni

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