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La musica senza confini dei Fleet Foxes contagia anima e cuore

Sono passati sei lunghissimi anni dall’ultima fatica discografica dei Fleet Foxes. Molto, forse troppo il vuoto lasciato da una band con una sapienza musicale debordante, che fu in grado di spiazzare critica e pubblico fin dal folgorante esordio. Crack-Up, il nuovo lavoro recentemente pubblicato, ne ha sancito il ritorno proprio quando in molti li davano per dispersi. L’album è una sorta di viaggio introspettivo fra lunghe attese, tempi scomposti, sontuosi silenzi, atmosfere rarefatte e sghembe melodie. Il tour che accompagna il lavoro, già passato dall’Italia la scorsa estate nella suggestiva cornice del Castello Estense di Ferrara, regala un bis nella metropoli milanese, in uno dei locali dall’acustica migliore, il Fabrique. Robin Pecknold, frontman ed ispiratore fin dalla genesi, ha voglia di suonare. Sorride e ringrazia non staccandosi mai dalla sua sei corde, in un’atmosfera praticamente sempre unplugged, accompagnato da una voce dissonante e calda che trascina, intrattiene, comunica.

La band orfana da anni del batterista storico Josh Tillman, ora in auge sotto il nome di Father John Misty, è un combo collaudato che usa come base minima il folk, attingendo a piene mani da migliaia di influenze dal passato, capace di personalizzare un suono vecchio mille anni, rendendolo allo stesso tempo solare, doloroso e intimo, fra sfumature psichedeliche e ritmi dispari.

Dopo un arduo inizio, Grown Ocean spezza la serata e He Doesn’ t Know Why riporta tutti al clamore spensierato degli inizi. La band contamina il suono acustico dolcemente: pianoforte, tromba, flauto traverso, tamburelli, maracas arricchiscono con maestria tutte le sfumature del suo robusto suono. Lo schermo alle spalle della band proietta disegni colorati e qualche foto poco nitida, rendendo tutto minimale ed intenso. Robin vuole esser solo sul palco quando interpreta Tiger Mountain Peasant Song ed il pubblico sceglie Mykonos per accompagnarlo alla voce, in uno dei pochi fraseggi melodici della lunga setlist, che si chiude con la bellissima Helplessness Blues.

L’encore è dedicato ad Oliver James con un romantico sodalizio sonoro fra Pecknold ed il pubblico, seguito da una graffiante versione di Blue Ridge Mountains che decreta la reale fine del concerto. I Foxes sono tornati, quindi: emozionanti, consapevolmente irrazionali, fragili, riflessivi, speranzosi. La loro musica senza spazi e confini ha contagiato anima e cuore, rendendoci per una sera immuni ai disordini del nostro tempo. Grazie, tutto questo ci era tremendamente mancato.

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