Onstage
gianluca-grignani-milano-2016-recensione-1-dicembre

A Milano Gianluca Grignani ha affrontato e vinto i fantasmi e le inquietudini

Alcatraz, Milano, 1 dicembre 2016. Gianluca Grignani festeggia 20 anni di musica. Lo fa con due concerti speciali, uno andato in scena a Milano, l’altro a Roma. Due eventi unici per ripercorrere la sua storia, con tutti i successi di un artista sempre appassionato e libero, ma anche le ferite di un uomo fragile e talvolta incompreso. Sul palco del locale milanese il Grigna si è spogliato, mettendo a nudo la propria anima tormentata e abbracciando il suo pubblico come se gli fosse mancato, quasi come se ne avesse un bisogno disperato e ne fosse del tutto dipendente. Il rapporto tra il cantante 44enne e i fan, soprattutto quelli della prima ora, cresciuti con lui a pane e rock, è oggi ancor più viscerale, a tratti commovente. Dopo due decenni, i fedelissimi del “falco a metà” sono ancora là, in transenna, con una birra in mano e il cuore in fiamme, a cantare a memoria tutti i suoi brani e a sostenerlo, con più voce e convinzione di prima. Gianluca può essere più che soddisfatto della performance: ha cantato e suonato alla grande per due ore, senza risparmiarsi. Ha dato tutto, ha affrontato i suoi fantasmi e le sue inquietudini, godendosi gli applausi e i sorrisi della folla in delirio. Nessuna maschera, nessuna plastificazione. Forse, per la prima volta dopo tanti anni, Grignani ha accettato la sua natura umana, lasciandola libera di esprimersi e scaricando tutta la rabbia e il dolore accumulati solo sulle corde della sua chitarra. La voce sporca ha risuonato spesso come un lamento, talvolta, invece, è esplosa nel locale come un ruggito assordante.

Venti anni di rock, venti anni di sudore e libertà. Da quel Festival di Sanremo, col maglione sgualcito legato in vita a cantare Destinazione Paradiso (un pugno allo stomaco tanto era bella e dannata), sembra essere passata un’eternità. Eppure Grignani non ha perso la grinta e l’entusiasmo degli esordi: oggi interpreta le sue canzoni con lo stesso piglio di quando era poco più di un ragazzino, travolto da un successo inaspettato e scomodo da gestire. In quel di Milano, si è visto un artista maturo e consapevole, con tanta voglia di raccontarsi e di aprire il libro dei ricordi, con lo sguardo però rivolto al futuro. Non un concerto nostalgico, ma una festa in cui ha ripescato e riarrangiato i pezzi del passato, per mischiarli con i nuovi, costruendo un puzzle di note e di parole.

Il risultato è stato sorprendente: un rock 2.0, moderno, capace (ancora) di emozionare e, al contempo, di graffiare. Grignani ha saputo reinventarsi senza tradire se stesso, senza stravolgere il suo repertorio. Tanti applausi per lui, soprattutto durante La mia storia tra le dita, Cammina nel sole, La fabbrica di plastica, Falco a metà e la già citata hit sanremese. Brani che hanno fatto impazzire il pubblico e che hanno assunto forme e colori diversi rispetto alla versione originale, rispecchiando lo stato d’animo attuale del suo autore e interprete. L’allucinazione è diventata così più disperata, Baby Revolution e Cammina nel sole sono state vestite di abiti sonori più sfumati, Solo cielo ha raggiunto livelli di sofferenza mai visti prima. E perfino la poesia delicata di Madre si è trasformata in un momento struggente di pura confessione, che Gianluca ha voluto vivere per un attimo come fosse da solo, completamente isolato dal caos e dal male del mondo. Una parentesi di intimità, per poi annegare ancora una volta nel mare di energia di Dio privato e L’aiuola, regalando ai fan un finale divertente, un tocco di leggerezza meritato, soprattutto dopo aver scalato una montagna di ricordi, di amori persi e ritrovati, di sconfitte e di guerre vinte o mai combattute.

Questo è il film dei primi venti anni di carriera di Gianluca Grignani, con i suoi alti e bassi, i pregi e i difetti, i trionfi e le cadute. Una pellicola, quella proiettata all’Alcatraz, priva di censure, e che non ha avuto bisogno di controfigure e di effetti speciali. Il protagonista e regista è stato solo lui, con la band e le inseparabili chitarre a fare da comparse. Grignani ha preso la sua vita in bianco e nero e l’ha colorata con la sua musica. Sempre ragionando con la sua testa, senza mai farsi influenzare da nessuno. Forse, anche questo, è un modo per proteggerla e per proteggersi. Forse è il motivo per cui il pubblico, ancora oggi, lo ama incondizionatamente, provando affetto e stima per un artista e un uomo che crede fortemente nel potere benefico della musica. Il rock è la sua medicina e lo ha salvato da se stesso. Oggi come venti anni fa.

Altri articoli su questo concerto

Silvia Marchetti

Foto di Elena Di Vincenzo

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI