Onstage
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L’attesissimo ritorno di Hozier in Italia

Una domenica di novembre dal sole tiepido e dal cielo terso sono la cornice adatta ad accogliere Hozier nello stivale dopo 3 lunghi anni di assenza. Nonostante l’album d’esordio dal titolo omonimo, pubblicato nel 2014, abbia avuto una vita piuttosto lunga, sia dal punto di vista radiofonico che dal vivo, l’assenza dai palchi del cantautore irlandese si è fatta sentire. Fortunatamente Hozier è tornato sulle scene quasi all’improvviso (pochi post sui suoi social pubblicati a sprazzi nei mesi scorsi facevano intendere che era in studio a registrare nuovi pezzi) con un EP di soli 4 brani intitolato Nina Cried Power e pubblicato a inizio settembre. Il magro ritorno discografico gli ha dato però un’ottima scusa per tornare sui palchi, intraprendendo un lungo tour nei quattro angoli del globo: dopo gli Stati Uniti è finalmente giunto il momento dei club europei, per poi proseguire nelle arene del Regno Unito e in Australia.

Il cantautore irlandese sale sul palco dell’Alcatraz alle 21:30 spaccate, accompagnato dalla sua band composta da 8 elementi, tra cui anche due coriste (di Nashville, quasi a voler rendere ancora più esplicito il suo legame con la tradizione musicale americana del profondo sud), la violinista e chitarrista Suzanne Santo, che figura anche come opening act della serata, e un organista, che sapientemente fa riecheggiare i suoni di uno strumento che si rivela colonna portante delle atmosfere della musica di Hozier (e non solo in Take Me To Church).

Lo show inizia in maniera “tiepida” sulle note di Real People Do, una ballad che permette alla band di gettare la scintilla delle canzoni che seguono: il palco si infiamma subito dopo sulle note di Nina Cried Power, primo singolo estratto dal nuovo EP e che dal vivo è molto più rock che su disco. Nella prima parte dello show, infatti, sono proprio le sonorità rock a fare da padrone, con un gioco di luci predominanti rosse e bianche e una scenografia molto semplice, che lascia quindi spazio agli 8 musicisti sul palco e crea un’atmosfera intima, sensuale e rock al tempo stesso. Seguono alcuni dei pezzi del disco di debutto più apprezzati dal pubblico, tra cui Jackie & Wilson, From Eden e Angel Of Small Death and The Codeine Scene. Il pubblico variegato (anche in termini di nazionalità) canta ogni singola parola, a dimostrazione del fatto che il talento di Hozier va ben oltre l’aver avuto un singolo di grande successo.

L’atmosfera si è ormai riscaldata e il cantautore procede sicuro sui propri passi. Il ragazzone alto e magro, con una camicia bianca e nera a righe, si prende solo pochi attimi per ringraziare i presenti ed è sinceramente sorpreso dalla calda e affettuosa accoglienza dimostratagli dal pubblico italiano sin dalla prima canzone. Si trasforma per un attimo in un direttore d’orchestra, invitando tutti a seguirlo in una serie di vocalizzi in coro per la celebre To Be Alone. È anche in questi piccoli momenti acustici che si rimane stupiti dalle doti vocali del giovane irlandese, capace di passare dalle note più basse al falsetto con uno schiocco di dita. Nella scaletta segue NFWMB, contenuta nel nuovo EP; canzoni vecchie e nuove si susseguono tra loro in maniera fluida e creano uno spettacolo omogeneo.

Le atmosfere iniziano a diventare più tenui; la band lascia Hozier solo sul palco con una chitarra acustica ed è il momento di Cherry Wine, uno dei pezzi più dolci dello storico del cantautore. Il pubblico è immerso in un sogno ad occhi aperti, in un locale buio con una sola luce che illumina dritta il cantautore; il silenzio è religioso ed è accompagnato solo dalle voci che si alzano all’unisono e rendono il momento ancora più magico.

Tornata la band sul palco, inizia la seconda parte del concerto, dove si susseguono Shrike, Arsonist’s Lullaby e Moment’s Silence. In questa parte dello show la scenografia si arricchisce, e i morbidi teli appesi a fondo palco diventano tende di grandi finestre proiettate sullo sfondo. Il palcoscenico è sempre ben illuminato, il che contribuisce a dare un senso di familiarità e partecipazione al pubblico, che può osservare ogni dettaglio di ciò che accade. La ricchezza del sound di Hozier è data dalla potenza delle sfumature della sua voce, mai in difficoltà, e dalle mille influenze musicali che riecheggiano nella sua musica. Parte poi Someone New, riarrangiata leggermente in questa versione dal vivo, per permettere agli strumenti singoli di avere più spazio e soprattutto al pubblico di intonare all’infinito il ritornello, su invito di Hozier. Subito dopo riecheggiano le note di Movement, il nuovo singolo del cantautore pubblicato pochi giorni fa ma non per questo sconosciuto alle orecchie del pubblico, dedito ad immortalare in foto e video le luci sottili e taglienti che come spade trafiggono i musicisti sul palco. Questo pezzo segna anche uno dei rarissimi momenti in cui Hozier abbandona la sua chitarra (cambiata più e più volte tra un pezzo e l’altro) per concentrarsi semplicemente sulla sua voce, che con una timida potenza si scaglia contro le pareti del locale e i cuori degli ascoltatori. Arriva poi a sorpresa la canzone che lo ha fatto conoscere al mondo: la passionale Take Me To Church travolge il pubblico, che fino ad ora ha dimostrato di conoscere a fondo ogni brano presentato, e di conseguenza la hit appare come un climax naturale ad uno show che ha già dato tanto. Hozier si avvicina al pubblico per prendere l’immancabile bandiera tricolore dalle prime file per portarla nell’unico luogo a lei destinata: il palco.

Dopo il consueto rapido scambio di saluti è ormai giunto il momento dell’encore, che rivela una piccola sorpresa diventata ormai un must dei concerti dell’irlandese: la cover di un brano pop. La prescelta per il tour Europeo è Say My Name delle Destiny’s Child, completamente riarrangiata e fatta propria dal cantautore. Liscio come l’olio lo spettacolo giunge al termine: vengono presentati uno per uno i musicisti e con un grande applauso del pubblico parte Work Song, la mia preferita ma anche il brano che al meglio racchiude la magia di Hozier: quella di saper amalgamare con naturalezza venature soul, blues e folk, richiamando atmosfere intense, a tratti lontane e vicinissime al tempo stesso. L’incanto della sua voce si unisce per l’ennesima volta al pubblico, che con dolcezza lo accompagna e che con applausi e fischi di gradimento fa da colonna sonora alla sua uscita dal palco, certi che stavolta non passerà molto tempo prima di rivederlo sui palchi italiani.

La scaletta del concerto

Like Real People Do
Nina Cried Power
Jackie and Wilson
From Eden
Angel of Small Death and the Codeine Scene
To Be Alone
NFWMB
Cherry Wine
Shrike
Arsonist’s Lullabye
Moment’s Silence (Common Tongue)
Someone New
Movement
Take Me to Church
Say My Name
 (Destiny’s Child cover)
Work Song

Le foto del concerto

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Sara Beretta

Foto di Elena Di Vincenzo

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