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Jack Savoretti e l’esaltazione dell’essenziale

Less is more. Un mantra che in serate come le Acoustic Nights Live di Jack Savoretti è da tenere bene a mente. In un Teatro dell’Opera di Roma in trepidante attesa, il pubblico, affamato di musica, fissa quelle poche sedie sparse sul palco e attende l’ingresso del protagonista. Finalmente Jack. L’impatto non è dei più semplici: nessuna scenografia, nessun effetto a riempire quel vuoto che circonda il cantautore di origine genovese. Subito spiegato il perché: Jack Savoretti quello spazio se lo prende tutto, ci gioca e lo modella a suo piacimento, limitando al massimo le distrazioni degli spettatori; nonostante, nel corso della serata, si alternino diversi musicisti (al pianoforte, alle chitarre, al violino e al violoncello ndr), su quel palco, non c’è mai più di quel che serva.

Jack Savoretti canta. Non che questo possa sorprendere, ma nell’epoca del “dal vivo fa schifo, però ci mette l’anima” è giusto ricordare che in giro c’è ancora qualche mestierante. Quel che sorprende, invece, è la frequenza con la quale decide di interagire con un pubblico che pende letteralmente dalle sue labbra, nessuna sensazione che per cantare debba lasciarsi andare a quella sorta di trance al quale tanti artisti si abbandonano durante l’esibizione, manco fossero sciamani. Ed è con semplicità che Jack canta l’amore, da quello corrisposto fino al più malato dei rapporti, canta di speranza, per un’America – che l’ha ospitato per qualche anno – che sembra aver ricominciato a guardarsi indietro, abbandonando l’idea di progresso che l’aveva sempre contraddistinta. La rilettura in chiave acustica dei suoi brani non comporta chissà quali stravolgimenti, in un repertorio che non prevede suoni particolarmente coraggiosi, rendendo il distacco dall’originale meno traumatico per i più intransigenti e, al contempo, serve a spogliare i brani di qualsiasi futilità, riportandoci a quel mantra di cui sopra: less is more.

C’è davvero tutto in uno show che, pur svolgendosi nei teatri, si sveste di tutti quei preconcetti che lascerebbero pensare ad uno spettacolo meno entusiasmante e coinvolgente del solito. Il canto di Jack è di una bellezza che definirei “antica”, e lo dimostra interpretando una Vedrai, vedrai di Luigi Tenco che più che brividi lascia cicatrici, tanta era l’intensità dell’esibizione, tutta italiana, concedetemelo. A far da contraltare c’è la sua attitudine un po’ gipsy, un po’ scanzonata, da chi ha davvero suonato nei peggiori magazzini londinesi, che lo “svecchia” nei modi e lo rende uno dei migliori cantautori del panorama attuale.

Jack Savoretti Roma 2018, le foto del concerto

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Redazione

Foto di Roberto Panucci, testo di Felice Ragona

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