Onstage

Kendrick Lamar è il Re incontrastato del primo giorno di Sziget 2018

Senza alcuna ombra di dubbio, Kendrick Lamar era l’artista più atteso della prima giornata dell’ormai popolarissimo Sziget Festival. Anzi, facciamo un passo in più: Kendrick è probabilmente l’artista più atteso dell’edizione corrente, sebbene la line-up non sia di certo da buttare (a dimostrazione del fatto che i 7 giorni di musica nella capitale ungherese sono attualmente imprescindibili per qualsiasi amante di Festival o sette note).

Nel 2018, tuttavia, Kendrick vanta una marcia in più. Sarà per quel Premio Pulitzer per la musica che brilla sulla sua mensola e che tanto ha fatto parlare negli ultimi mesi, creando intorno al rapper un alone di curiosità e diffidenza. Perché tanti, indubbiamente, saranno corsi ad ascoltare le canzoni di Lamar sperando nella folgorazione, ma Lamar non è indubbiamente per tutti. Non è pop, nel senso più genuino del termine.

Con queste premesse, è stato affidato proprio a lui l’incarico di aprire le danze del Festival: sollevare il sipario della prima giornata, partire col botto insomma. Una dichiarazione di intenti da parte di Sziget che – diciamolo – meglio di così le cose non poteva farle. Prima di lui, sul Main Stage, arrivano Stormzy con una carica invidiabile (Willie Peyote, nel backstage, ci rivela che è uno degli artisti che era maggiormente curioso di ascoltare) e Lykke Li, che regala al pubblico un momento realmente magico, mentre il sole tramonta e la cantautrice svedese emoziona i presenti con intensità e la giusta dose di follia.

L’hype è altissimo, Kendrick è atteso per le 21.30. Il rapper, tuttavia, si concede un po’ di divismo: saluta il pubblico alle 22 passate, quando la folla ha già iniziato a mormorare e qualcuno ha dovuto sedare i malumori, spiegando che di lì a poco Lamar sarebbe arrivato. Si mormora tra le file di addetti ai lavori che Kendrick ami stare molto nel suo: è arrivato a Budapest quasi blindato, in un backstage isolatissimo, senza alcuna voglia di mescolarsi a colleghi e giornalisti. Chiacchiere da bar probabilmente, che Kendrick permette un po’ di alimentare, perché sul fatto che sia consapevole – attualmente – di essere sul punto più alto della cresta dell’onda ci sono pochi dubbi e ci sta anche che un po’ si presti al gioco. Tanto alla fine, come sempre, la prova del nove è sul palco e lì il buon vecchio Lamar non ha rivali.

Nel suo è un vero mostro e lo dimostra a tutti i presenti per un’oretta buona, in cui alterna le canzoni senza pause, senza soste e senza esitazioni, facendo talvolta sfoggio di puri esercizi di stile. Kendrick è una mitragliatrice: quando ha il microfono in mano il tempo vola e spesso non ha neanche bisogno di incitare il pubblico, che esplode su brani come HUMBLE. e si emoziona sulle note più intense di LOVE., accendendo gli smartphone e l’aria pregna di sabbia che si respira al festival. La venue, in questo senso, è un po’ croce e delizia per il rapper, che sta variando nelle location con il suo The Damn Tour: la vista dall’alto di Kendrick che attraversa la passerella centrale del palco circondato da una distesa di folla è un pugno nello stomaco e sì, il pubblico preso bene dal festival gli concede ritardi e sbavature ma anche facilissime esaltazioni, che trasformano questo live in una scarica unica di energia. Dall’altro lato passano in secondo piano i testi, le sonorità (i volumi sono fortunatamente altissimi, però) e persino i visual, che è difficile cogliere in venues così ampie. Tutto ciò che ha reso a suo modo speciale Lamar per forza di cose un po’ sbiadisce su palchi così grandi, che hanno però la capacità di tirare fuori l’essenza di ogni artista nel suo stato più primordiale.

Kendrick, con la sua setlist prevalentemente invariata rispetto alle date precedenti, ne esce come un fuoriclasse: nel cuore di Budapest sembra quasi di essere nella sua Compton, tra le strade polverose della California e tra i contrasti prettamente statunitensi, che a volte sentiamo vicini per spirito d’adesione, non certo per effettiva comunanza culturale. Eppure, il più grande talento di Kendrick è proprio quello di portare ovunque le proprie sfumature e le proprie cicatrici, frutto di un contesto sentitissimo e non trascurabile, che lo stesso Lamar ama portarsi dietro come un bagaglio irrinunciabile e che non è possibile plasmare. Proprio l’impossibilità di addolcire il giovane rapper è la sua grande dote. Non serve un’ora, bastano realmente cinque minuti per capire con chi abbiamo a che fare quando parliamo di Kendrick Lamar: un primatista sempre fedele alle proprie regole. E a quelle di nessun altro.

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