Onstage
kiss-bologna-2017-recensione-16-maggio

I Kiss dimostrano l’incompatibilità di ragione e sentimento

Unipol Arena, Bologna, 16 maggio 2017. Il tempo ha una realtà oggettiva o soggettiva? E come bisogna immaginare la direzione del suo scorrere? Si tratta di un andamento circolare, in base al quale tutto ciò che accade è destinato a ritornare eternamente seguendo il divenire ciclico con cui la natura stessa sembra manifestarsi? Oppure il tempo è assimilabile a un processo lineare, per cui il passato è qualcosa di irrimediabilmente trascorso e irrecuperabile e il futuro scorre inevitabilmente verso un fine provvidenziale?

Nel caso dei Kiss, questi aspetti convivono perfettamente. Da una parte, tutto resta sempre com’era, come le VHS che guardavi alle scuole medie e come la prima volta in cui ti sei ritrovato ad avere tra le mani un biglietto che, dieci mesi dopo, ti avrebbe trasformato per sempre in un membro della Kiss Army. Dall’altra, tuttavia, ogni volta ti accorgi che qualcosa è andato irrimediabilmente perduto, che anche il trucco non riesce più a nascondere le crepe sul viso e che ogni gesto appare sempre meno spontaneo e più faticoso. Ci sono delle cose che la ragione ti consiglia di non fare più, ma che ogni volta che si ripresentano hanno il potere di trasformarti in pochi secondi in un diciottenne brufoloso che aspettava con ansia il mese di maggio, perché era quello che ogni anno dava il via alla stagione dei concerti estivi.

L’arrivo del carrozzone Kiss, ancora oggi, resta uno di quelli. Alla fine, non importa se Gene Simmons cammina come se fosse arrivato a piedi dall’Argentina, che la voce di Paul Stanley sia finita ancora prima dell’inizio dello show, né che Peter Criss e Ace Frehley siano rimasti su altri pianeti: quello che conta è portare avanti un party che può concludersi, ormai è lapalissiano, solo con la morte dei due leader maximi. E forse nemmeno, visto che secondo lo stesso Simmons, il Demone, il Figlio delle Stelle, il Gatto e l’Uomo dello Spazio sono maschere in grado di sopravvivere allo scorrere degli anni, a prescindere da chi si trova ad indossarle.

Uno studio dell’Università del Massachusetts ha scoperto che, dall’inizio del nuovo millennio ad oggi, la domanda più di frequente posta a Gene e Paul resta quella relativa alla reunion con i vecchi membri del gruppo. Nessuna sorpresa, visto che da che mondo è mondo tutti vogliono ammirare le band che hanno fatto la storia del rock nella loro formazione originale. Poi, però, capita di andare a vedere i Kiss dal vivo e ti accorgi che, ormai da diversi anni, ciò che tiene in piedi musicalmente la baracca sono proprio i due “infiltrati speciali” Eric Singer e Tommy Thayer, due che la storia dei Kiss in qualche modo l’hanno già scritta, ma che parte del pubblico non si rassegna a considerare per quello che sono davvero: ciò che rende ancora credibile tutto il resto. Insomma, ancora una volta l’esperienza dimostra la sostanziale incompatibilità tra ragione e sentimento.

Detto ciò, non va dimenticato che nel caso dei Kiss l’aspetto musicale resti solo una parte di un ingranaggio che, nonostante le inevitabili crepe che l’età anagrafica dei padri fondatori, continua a funzionare quasi alla perfezione, ripetendosi sempre con immutata efficacia. A quel punto, quando ti lasci alle spalle tutto, quando dimentichi ogni pregiudizio, ecco che il miracolo della liquefazione del sangue di Gene Simmons si ripete. Voli sulle teste del pubblico, fiamme sputate dalla bocca, scoppi come nemmeno nei quartieri spagnoli la notte di Capodanno e, va da sé, una sfilza di hit senza fine, tra cui a sorpresa trova persino spazio la splendida Crazy Crazy Nights, senza dubbio il momento più emozionante di questa data bolognese.

Nel 1882, all’interno della sua opera La gaia scienza, Nietzsche proclamava per la prima volta la sua teoria sull’Eterno Ritorno dell’Uguale: « Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!». Queste parole non erano pronunciate in prima persona dal filosofo tedesco, ma venivano attribuite ad un demone: mi è sempre piaciuto pensare che quel demone fosse proprio Gene Simmons.

Altri articoli su questo concerto

Luca Garrò

Foto di Francesco Prandoni

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI