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La La Land in Concert: quando la colonna sonora è finalmente la protagonista di un film

Ultimamente sta spopolando l’abitudine – diventata tendenza – di organizzare show che, in modo decisamente peculiare, combinino cinema e musica. Il cinema cantato (o quantomeno musicato) e la musica orchestrale, per essere precisi. Il fenomeno è iniziato in sordina, ma alla gente l’idea di poter assistere a un film e a un concerto contemporaneamente deve essere piaciuta, così l’idea è stata replicata e, quando è possibile, viene riproposta a prezzi neanche troppo modici. Sento di dover tenere conto di questo elemento nel parlare di La La Land in Concert, non per sminuirne la potenza e l’impatto, ma perché diventa imprescindibile chiedersi se ci troviamo davanti ad un fenomeno temporaneo o ad un tipo di live show che resterà nel tempo, regalandoci altre idee, altre musiche e nuove emozioni cinematografiche.

L’escamotage ha di per sé incredibili vantaggi: pone al centro dell’esperienza di fruizione di una pellicola la ‘nobiltà’ della colonna sonora e dei suoi compositori. Non che prima fossero completamente ignorati, ma – tra tutti gli elementi di cui si compone un lungometraggio – resta difficile concentrarsi su un dettaglio dimenticandosi del resto. La colonna sonora di La La Land, per non andare troppo fuori tema, ha ad esempio vinto un Golden Globe, un BAFTA e un Oscar. Il brano City of Stars si è aggiudicato sia il Golden Globe che la massima statuetta per la miglior canzone. Il merito è del compositore Justin Hurwitz, che si è avvalso poi di varie penne e compositori teatrali per portare al termine il lavoro. Insomma, un lavoro musicale a tutti gli effetti, diventato un progetto discografico (su etichetta Interscope Records), che non aveva però margini di poter mai essere ascoltato dal vivo. A meno che non si fosse riusciti a trasformare la visione della pellicola diretta da Damien Chazelle in un ‘film music concert’. Ed ecco l’immenso benefit che deriva da questo nuovo modello di live show transmediale: se amate la musica e avete in particolare un debole per le colonne sonore, che hanno una dignitosissima storia a sé, questa è la vostra occasione per ascoltare finalmente dal vivo brani usualmente relegati ai supporti fisici.

Per le tre date italiane, l’incarico di ri-arrangiare la colonna sonora di La La Land è stato affidato a Duccio Bertini, che si è trovato dunque a dirigere in sincrono con le scene del film la Florence Art Orchestra, fondata circa 10 anni fa. Non è un compito facile, perché La La Land è un musical dalla colonna sonora fortemente intrisa di jazz con intermezzi persino pop. La Florence Art Orchestra e Bertini, in questo senso, non sono stati scelti a caso: il jazz è, difatti, la loro ‘specialità’ e, nel corso del live, la maestria nel padroneggiare il genere – e persino le improvvisazioni – emerge chiaramente e rende lo spettacolo a suo modo speciale e diverso anche dai soliti film music concerts, solitamente più sinfonici, meno ‘contenuti’ e più istituzionali. La difficoltà maggiore non sta tuttavia nell’arrangiamento, ma nei tempi del live show: è obbligatorio e assolutamente imprescindibile seguire infatti i ritmi del film, indovinare gli attacchi e le chiuse, perché a cantare su queste musiche sono Emma Stone, Ryan Gosling e colleghi sul grande schermo e non c’è modo, per ovvi motivi, di sincronizzarsi con i musicisti come solitamente accade.

Sono i musicisti che devono mettersi a disposizione di ogni singola scena, sfoggiando un’indiscutibile maestria nel sincrono, soprattutto negli assoli di piano che non a caso hanno strappato gli applausi più potenti (immaginatevi di suonare il piano, mentre tutta la platea ammira le mani sui tasti di Ryan Gosling e non le vostre). La La Land in Concert è un gioco su più livelli, in cui gli esecutori diventano protagonisti dello show rimanendo tuttavia sempre nell’ombra, asserviti alla trama e alla sua evoluzione. Non per questo, però, la presenza dell’orchestra viene dimenticata: la pellicola resta l’elemento principale, ma è impossibile non far cadere gli occhi sui musicisti schierati sul palco, che talvolta – insieme al pubblico – si siedono semplicemente a ridere delle scene non musicate, ammirando i dialoghi per poi riprendere in mano lo strumento quando c’è da creare nuovamente il giusto sottofondo. La sensazione è quasi quella di un’esperienza condivisa da orchestra e platea, eppure non è mai mera visione di una pellicola: la colonna sonora, lo ripetiamo, diventa la protagonista dello spettacolo, pur plasmandosi intorno a tempi e scene già scritte. Si prende il suo spazio e i suoi meriti e, per una notte, le luci dei riflettori e il plauso degli spettatori: questo è un motivo più che sufficiente per far sì che il fenomeno dei film in concerto continui anche dopo che l’entusiasmo dei suoi fruitori per l’idea tenderà ad affievolirsi. Perché c’è bisogno, alla fine, di avvicinare la musica orchestrale al pubblico e il pubblico alle colonne sonore, soprattutto quando sono eccellenti e non meritano di restare all’ombra di pellicole, che fanno oltretutto delle musiche la loro stessa ragion d’essere.

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