Onstage
Lana Del Rey Roma 2018 foto concerto 13 aprile

A Roma la diva Lana Del Rey riscatta il suo spettacolo dal vivo

Il palazzetto delle grandi occasioni, col parterre accalcato sottopalco e tutti gli anelli stipati, è l’accoglienza che i fan italiani riservano a Lana Del Rey al suo secondo concerto italiano del 2018. La diva americana più oscura tra tutte le donne del pop, incasellabile nel genere ma al tempo stesso difficilmente classificabile, piomba al Palalottomatica di Roma per riscattarsi dalla stanchezza mostrata nella data milanese.

Si comincia alle 21.28, con le luci che si spengono di colpo e il fortissimo boato del pubblico. La scenografia è la stessa di Milano ed è bellissima con quell’evocazione vintage anni 20 tipo Il Grande Gatsby, ma in bilico kitsch con i set di Dynasty o Beautiful: una sintesi perfetta per l’aura annoiata da riccona acquisita di Malibu che Lana De Rey non dimentica mai di incarnare. La band entra lentamente, la voce di Lana che scivola in 13 Beaches si sente e basta, finché non sale anche lei sul palco salutando con una mano la nuova esplosione dei fan isterici. Abitino di pelle corto, stivaloni oltre il ginocchio, l’aria naturalmente tra il distaccato e il disperato, Lana è più Lana che mai. La venerazione del pubblico nei suoi confronti è totale: applausi continui a scena aperta, urla ad ogni mossa ammiccante (che non manca), totale accoglienza di ogni suo gesto come se fosse unico. “Sono così fortunata ad essere in una delle città più belle del mondo” dice Lana. Sarà una delle frasi ricorrenti in una serata dove a tenere banco è il continuo scambio amoroso tra Lana e i suoi fan.

Gli stilemi del divismo della Del Rey ci sono tutti, dagli accenni di balletti (su Pretty When You Cry, dove il radiomicrofono perde qualche colpo ma la cantante non si scompone) al cantare languidamente sdraiata sul pianoforte (White Mustang), le ancheggiate lente sul palco, l’altalena sulla quale si issa per cantare Videogames, la cover di Scarborough Fair cantata con la giusta intensità da Lana su tappeto di chitarra distorta e glockenspiel appena accennato. Lana dà al pubblico quello che si aspetterebbe naturalmente da una star planetaria: lo show e le emozioni, ché di canzoni entrate nella testa e nel cuore la cantante americana ne ha scritte parecchie. E anche se non sei un fan sfegatato come molti di quelli che urlano senza sosta dall’inizio alla fine del concerto, sicuramente ci sei cascato dentro un paio di volte. Alle prime note di Born To Die il Palalottomatica, come da prammatica, lancia un urlo siderale che si prolunga nel coro e nel successivo annuncio di Blue Jeans. Giocarsi due hit clamorose così ravvicinate significa essere sfacciati, cosa che la cantante americana può permettersi nell’economia del suo spettacolo.

Lana regala ai fan fuori programma come Salvatore con le frasi in italiano e Dark Paradise a cappella, rigirando la scaletta a gusto suo e dei fan che glielo chiedono, cosa che non ci si aspetterebbe in uno show tanto serrato; chiede alla security di allungarle i regali che dalle prime file vengono sventolati, e accetta un mazzo di fiori che la stupisce, una lettera, una bandiera dell’Italia e un cappellino da baseball con scritto “Roma”, che sfoggia mentre imbraccia la chitarra. “Questo pezzo l’ho scritto per un mio amico che per poco è stato anche il mio ragazzo” dice introducendo Yayo, con tanto di imprecazione perché le si arrochisce la voce sul più bello. Sulla coda di Ultraviolence si avvera il miracolo che tutti i fan vorrebbero: Lana si concede alle prime file per selfie, baci, strette di mani, saluti, foto, autografi, regali in un rituale che viene acclamato persino dal terzo anello: “Non mi capita di essere a Roma tutti i giorni quindi devo dare ai miei amici quello che vogliono” si scusa Lana dopo il lungo intermezzo scivolando in Summertime Sadness. Date le premesse dello show milanese, vale la pena sottolineare che di stanchezza in questo concerto a Roma non se ne è vista. Lana Del Rey è apparsa centrata, sorridente, felice. Non è una virtuosa macchina da guerra come Beyoncé, non è white soul pop come Adele, non è frizzante come Katy Perry o artisticamente complessa come Lady Gaga. È Lana Del Rey, che piaccia o meno. Sa tenere alta l’asta dello spettacolo con un personaggio che si è cucita addosso in modo perfetto e che solo lei, Elizabeth Grant, può vivere in modo credibile anche nelle piccole sbavature di intonazione. D’altronde non le si chiede la perfezione vocale; le si chiede di essere Lana Del Rey, la diva annoiata col villone deserto vista oceano e un pianoforte impolverato a cui affidare le sue disperazioni interiori.

Scaletta Lana Del Rey Roma 2018, tutte le canzoni

13 Beaches
Cherry
Scarborough Fair
Pretty When You Cry
White Mustang
Born To Die
Blue Jeans
National Anthem
West Coast
Salvatore
Lust For Life

Medley: Charlie + Young & Beautiful
Dark Paradise (a cappella)
Video Games
YaYo
Ultraviolence
Summertime Sadness
Get Free
Off To The Races

Lana Del Rey Roma 2018, le foto del concerto

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Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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