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Lauryn Hill scaccia le paure: è (ancora) la regina della musica black

L’attesa per il ritorno dal vivo di Lauryn Hill era tanta e più che giustificata. In queste ultime settimane si sono affannati in molti a puntualizzare e ragionare in merito al talento purissimo di una delle personalità più complete (e complesse) dell’intero mondo della musica black. Ci sono stati molti tentativi di riportare l’attenzione sulla musica scritta e prodotta da Lauryn durante e post Fugees, con quel disco meraviglioso (The Miseducation of Lauryn Hill) che l’anno prossimo compirà vent’anni; analisi che però, per forza di cose, non sono potute sfuggire dal gossip e dalle disavventure di Ms Hill, nonostante la proverbiale privacy di una donna che è riuscita a conciliare i suoi numerosi ruoli pubblici e privati facendosi ampiamente gli affari suoi.

L’aspettavamo al varco, Lauryn Hill. Eravamo terrorizzati che il tempo avesse scalfito definitivamente la sua superba bravura per colpa del gossip suddetto, come se fissarla in categorie specifiche (vedi alla voce “talento sprecato”) potesse aiutarci a superare la delusione. “Ecco, lo sapevo” avremmo potuto dire a fine concerto. Al tempo stesso eravamo sadicamente affamati di critiche, quasi speravamo che sbagliasse il live per toglierci il gusto liberatorio di lamentarci. In ogni caso, le aspettative erano al livello della luna che lentamente si alzava, piena e rotonda, sopra i Castelli Romani, illuminando il cielo.

Lauryn ci ha fregati tutti, va detto. Non c’è termine migliore di “incredibile” per definire il suo live a Roma. Eravamo tutti col dito puntato, lei ce lo ha ritorto addosso, impartendoci una lezione memorabile sui pregiudizi. Si è fatta perdonare il cospicuo ritardo di 45 minuti sull’inizio previsto del concerto, aperto da selezione di rasta afro vibes affidate al dj.

Le è bastato aprire bocca per salutare Roma e proporre una versione completamente stravolta e potentissima di Everything Is Everything: Lauryn Hill ha chiarito di essere lei stessa musica sopra ogni genere, categoria o classificazione immaginabile. Ha mescolato tutte le sue anime, ha graffiato con gli intermezzi rap che pescavano dalle profondità della sua formazione, è decollata coi vocalizzi e le melodie che hanno la capacità di far cogliere la maturità della sua voce. Il suo rap sincopato, intriso di bebop e scat, la proietta direttamente alla numero uno delle migliori: non c’è proprio partita con nessun’altra della sua e della nuova generazione.

Le canzoni le conosciamo, sono quelle che vent’anni fa decretarono la sua grandezza: ma Lauryn Hill ha giocato l’asso giusto cambiando completamente gli arrangiamenti in base a ciò che è diventata. Un esempio è Ex Factor, che non ha più quel sapore morbido e nostalgico di r&b di sconfitta ma diventa un’invettiva dura, da donna che ne ha viste troppe, sostenuta dalla batteria e dall’assolo di chitarra elettrica che danno corpo ai suoi sfoghi.

I problemi tecnici per i quali la cantante continua a sollecitare l’intervento dei fonici di palco anche in modo molto palese continuano, a volte la voce di Lauryn è sovrastata dalla batteria, ma lei va avanti, caparbia, fino in fondo.

Quando osa domandare “C’è qualche fan dei Fugees a Roma?” a risponderle è un boato potentissimo: fare pace con il passato, per Lauryn, è anche riproporre quei pezzi che le hanno dato la fama e poi le si sono ritorti contro. I brani sono numerosi, piazzati a centro concerto: una versione incendiaria di How Many Mics, con l’artista che si diverte a fare scat sul rap dando fondo al suo straordinario talento, Fu-gee-la e un’imperdibile Ready Or Not, dove la Hill tira fuori la cantante gospel in sé per un’inizio intimo, da brividi al collo, solo lei al centro del palco a cantare la parola “ready”. Naturalmente, la chiusura dei conti con i Fugees arriva con Killing Me Softly, stravolta per riadattarsi alla Lauryn di ora.

L’omaggio a Sadé con Your Love Is King e The Sweetest Taboo è di un’eleganza memorabile, con la voce della star suadente e potentissima, quasi fuori controllo sui crescendo: idem il richiamo a Nina Simone, con il tributo affidato a Feeling Good. Questi sono indizi e ispirazioni sul tipo di carriera che la cantante ha scelto di prendere: Lauryn Hill ci ha regalato la nuova biografia di sé stessa dal vivo, dando voce alla donna che è adesso. Restare nella dorata lontananza dal music business le ha permesso, sotto certi aspetti, di preservare il suo talento e donare al suo pubblico uno show incredibile, nuovo, fresco e onnicomprensivo di tutte le sue anime. Allora grazie, Lauryn, per essere stata così tanto in silenzio.

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Arianna Galati

Foto di Francesco Prandoni

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