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Lo Stato Sociale Roma 2017 foto scaletta recensione concerto 29 luglio

“La musica non è una cosa seria”: l’allegria de Lo Stato Sociale al Postepay Sound Rock In Roma

Il penultimo concerto del Postepay Sound Rock In Roma 2017 fa impennare l’indie-o-metro: sul palco dell’Ippodromo delle Capannelle sono saliti Lo Stato Sociale e gli Ex -Otago, due delle band protagoniste del successo indipendente made in Italy. Entrambi pop rock, entrambi senza eccessive pretese se non quella di divertirsi (che forse è la più difficile di tutte), ottimi per un finale di manifestazione all’insegna della leggerezza più estiva.

Gli Ex Otago salgono alle 20.45 puntuali, come annunciato. Imbenzinano degnamente il pubblico che affluisce piano, regalano un bel set che sembra ingranare progressivamente fino alla cover di Rhythm Of The Night di Corona che la spoglia della disco per renderla singolone pop, e chiudersi in un ballo collettivo da capogiro tra palloni giganti. I ragazzi sono ambiziosi e si sente, le persone incoraggiano benissimo l loro voglia di emergere. Ormai gli Ex-Otago sono una certezza per gli amanti del panorama indipendente.

Alle 22.20 è tempo di cambio palco: “Buonasera a tutti, questa sarà una serata tranquilla” dice Lodo prima di cominciare. I cinque bolognesi tornano al Postepay Sound Rock In Roma due anni dopo, e sembrano non credere a quello che vedono. La scaletta de Lo Stato Sociale porta in scena i brani più famosi della band bolognese esplosa grazie ai social (ma tu vedi l’ironia), a partire da Quasi liberi passando per C’eravamo tanto sbagliati, carichissima per il coro del pubblico che non smette di ballare e cantare per tutto il pezzo, In due è amore in tre è una festa e via con le varie hit, che non saranno state passate in radio e in tv ma hanno conquistato le persone diffondendosi per altre vie.

Non siamo al concerto per analizzare la formula del successo de Lo Stato Sociale, anche se viene abbastanza automatico rifletterci su: gli ingredienti sono testi semplici e universalmente tardoadolescenziali, per sfruttare il sempiterno aggettivo coniato dal loro concittadino Enrico Brizzi, ritmi saltellanti, divertimento, qualche parolaccia ben distribuita e leggerezza assicurata, con un fondo di onesto senso della propria misura. Non sono musicisti tecnici, non cercano il virtuosismo, si vogliono divertire e basta. I cinque bolognesi che più bolognesi non si può fanno il loro lavoro di intrattenimento in maniera eccellente.

“Un brano che parla d’amore, parla di resistenza… facciamo un esperimento carino: abbracciatevi tutti quanti” dice Albi accennando a La musica non è una cosa seria, poi si vola sulla punkeggiante Nasci rockstar, muori giudice in un talent show che disperatamente evoca un po’ gli Skiantos un po’ i CCCP, e su Buona sfortuna accolta dal canonico boato del pubblico carichissimo.

Il rapporto tra Lo Stato Sociale e il loro pubblico è uno spettacolo per gli occhi e le orecchie, tanto bella è l’interazione che scorre tra loro. I cinque sono amatissimi, non si può negare: “Siete meravigliosi, davvero” dice Lodo. Rievoca i primi passaggi a Roma della band bolognese prima di interrompere un pezzo per spiegare con estrema sincerità il successo ottenuto. “È merito vostro se siamo qua. Puoi sbattertene di certe regole che poi le cose succedono. Ricordatevi di una cosa: non siamo niente di che, siamo cinque coglioni qualsiasi che fanno il cazzo che pare loro” riassume Lodo senza mezzi termini, ricominciando a cantare e ballare In due è amore in tre è una festa.

E questo è, in fondo: una festa dove si balla e ci si diverte, qualcuno magari limona pure, e non si pensa né al domani né a quello che succederà tra due ore, ci si gode il momento e basta. Un hic et nunc all’ennesima potenza, se ci passate il commento tardofilosofico de noantri. Lo Stato Sociale risponde ad un bisogno: ad un certo punto della propria esistenza non servono troppe sovrastrutture e spettacoloni coi fuochi d’artificio, bastano due chitarre e un po’ di sana voglia di divertirsi per sentirsi meglio.

Anche quando chiamano una emozionatissima fan sul palco, Sara, con la scusa di sapere se si sposerà, e la sottopongono ad un interrogatorio surreale, i cinque ragazzi non perdono il filo della loro eterna leggerezza. Tra scherzi e battutacce, eleggono la fan “personaggio del nostro tempo” e le dedicano un medley che comprende Amore ai tempi dell’Ikea e Questo è un grande paese.

L’entertainment de Lo Stato Sociale nel significato più stretto del termine ha una componente non da poco che raramente si trova in tanti concerti dal vivo: l’allegria leggera e scacciapensieri, quella che ti cattura facendoti battere il piedino e dopo tre minuti non sai nemmeno perché tu stia già ballando con degli sconosciuti. Potremmo chiamarla la “presa bene”: al live dei regaz de Lo Stato Sociale, come loro ci tengono ad autodefinirsi, succede questo. Tra chiacchiere, siparietti, supercazzole, discese tra il pubblico sempre più carico e canterino, il concerto de Lo Stato Sociale va verso la chiusura con uno dei loro loro brani simbolo, Abbiamo vinto la guerra: loro di sicuro hanno vinto quella contro la noia, alla faccia di chi li ha sempre denigrati.

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Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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