Onstage

Il concerto di Loredana Bertè è un inno all’immortalità

Quando da bambina le chiedevano cosa avrebbe voluto fare da grande, Loredana Bertè rispondeva sempre “La Regina”. E se provavano a dirle che “No, la regina non si può” lei prontamente ribatteva “Come mai? Siete sicuri?”. Probabilmente allora sì, ma oggi di certo no. E infatti è proprio come una regina che Loredana Bertè viene accolta quando fa il suo ingresso sul palco del Teatro Nazionale di Milano, “vestita di ricordi” per affrontare ancora una volta il presente. Proprio come fece a metà degli anni 70, quando il suo talento esplose nel successo e mezza Italia cominciò a urlarle di rimando il suo accorato “Sei Bellissima”.

Oggi, a 68 anni suonati, la Bertè non ha più la luce rossa dei coralli tra i capelli – che adesso invece sono blu elettrico come un cielo incazzato – ma ha ancora le gambe più lunghe e belle della musica italiana e una voce di terra bruciata: quella voce inconfondibile capace di farti venire un nodo alla gola e di stringerlo così forte da farti stare male per il dolore, e bene per il senso di liberazione che ti lascia alla fine. Quel senso di LiBertè che non è solo un bel gioco di parole col suo cognome, ma anche il titolo del nuovo album (il primo dopo 13 anni di silenzio) e del suo pezzo migliore.
Ma soprattutto è un neologismo che racchiude in sé tutta l’essenza di una donna-artista che ha vissuto ogni giorno della sua vita come una battaglia, lanciandosi sempre e disperatamente “in direzione ostinata e contraria” – giusto per citare un suo caro Amico fragile – (Ndr. Fabrizio De André che le darà il soprannome di “Pettirosso da combattimento” e la spronerà a pubblicare l’album omonimo nel 1997).

Dalla quantità di canzoni nuove eseguite nel corso della serata (alla fine si conteranno ben nove pezzi estratti da LiBertè) è evidente quanto Loredana creda in questo nuovo album, che non ha inciso solo per avere una scusa con cui portare in giro i vecchi successi, ma per una reale urgenza espressiva. Forse è proprio per mettere in chiaro questa cosa che Loredana fa partire subito la giostra del concerto con il ritmo arrembante di uno dei due nuovi singoli di punta: quel Maledetto Luna-Park, che è “maledetto” perché era il luogo in cui lei e sua sorella Mimì (Ndr Mia Martini) si rifugiavano da piccole per scappare alle violenze domestiche del padre che aveva trasformato la loro infanzia in un inferno. Loredana non ha dubbi sul fatto che sia stato proprio lui ad aver causato la morte di Mimì, avvenuta in circostanze poco chiare nel maggio del 1995.
E potrebbe essere sempre lui quel “Boia che mostra i denti e dice prego madame” fuori dalla casa degli specchi nel video ufficiale della canzone. Quello in cui Loredana sfascia tutto con una mazza ricalcando una scena che è avvenuta anche nella realtà (con la portineria di casa sua al posto delle giostre), e che ai tempi le costò un arresto e qualche giorno di permanenza in un ospedale psichiatrico. Tutto perché non sopportava più i rumori dei lavori sotto casa. Un tantino esagerato forse, ma non è quello che ognuno di noi ha sempre sognato di fare quando viene svegliato da un trapano?

Loredana è così, istintiva e impetuosa, prendere o lasciare. Noi la prendiamo di sicuro e dopo aver fatto un giro sulle montagne russe torniamo a terra e ci facciamo portare sulla spiaggia a guardare Il mare d’inverno – un classico senza tempo regalatole da Enrico Ruggeri – in cui c’è tutto lo struggimento e lo Sturm und Drang tipico del sentire “bertiano” che si infrange sugli scogli come un mare in tempesta:
Mare Mare
qui non viene mai nessuno
a trascinarmi via
Mare Mare
qui non viene mai nessuno
a farci compagnia
Mare Mare
non ti posso guardare così
perché questo vento
agita anche me

Siamo soltanto alla seconda canzone e il pubblico canta già con un trasporto emotivo che raramente ho visto ad altri concerti. L’identificazione tra Loredana e i suoi fan, così come quella tra Loredana e il mare è totale. Un mare che ritorna spesso nelle sue canzoni perché è un altro luogo di fuga della sua infanzia trascorsa tra Recanati e Ancona, dove “Lolo” andava spessissimo al porto e passava intere giornate a fissare l’Adriatico sognando orizzonti infiniti.
Persino a diversi anni e chilometri di distanza, quando dalla finestra della sua casa romana si affaccerà su una triste pompa di benzina, Loredana continuerà a vedere quel mare che non c’è più, immaginandone il riflesso nell’insegna luminosa della Shell a forma di conchiglia gigante. “Il simbolo della conchiglia non me lo sono più dimenticato”. Per questo sceglierà proprio un vestito di conchiglie quando dovrà cantare per la prima volta sul palco del Festivalbar l’altra canzone del mare più famosa del suo repertorio, ovvero In alto mare. Un vero e proprio inno dance anni 80 che viene riproposto anche nella parte finale del concerto milanese, facendo letteralmente impazzire e ringiovanire tutto il pubblico presente in sala.

Queste sonorità danzerecce a dire il vero erano già presenti anche nel terzo brano in scaletta, la nuovissima Babilonia, che con le sue liriche virate seppia è figlia di quello stesso mare, diventato ormai sempre più oscuro. Laddove prima, infatti, ci si ergeva al di sopra dell’acqua per “respirare” e poi “lasciarsi andare” nel tentativo utopistico di volare come “due uccelli da ammazzare”, adesso la sensazione, diametralmente opposta, è quella di venire risucchiati dal fondo e di far sempre più fatica a riemergere, perché si viene raggiunti di nuovo dall’acqua e ci si sente soffocare:
Risalire dal fondo
Provare a respirare
E scivolare ancora
Sentire l’acqua che sale alla gola

L’atmosfera poi si fa ancora più soffocante con il pezzo successivo, tratto da Babybertè del 2005, in cui emerge un’altra necessità di fuga, questa volta dagli amori sbagliati che portano su Strade di fuoco: Su strade di fuoco / Si finisce per gioco / Per l’amore che hai dato / Sempre al tipo sbagliato canta Loredana con un’intensità tale da far dubitare che quella signora davanti a noi abbia davvero gli anni che ha.

Dal fuoco di quelle strade si fa poi un salto indietro nel freddo e nel gelo della Svezia. La fortezza della solitudine in cui si è letteralmente consumato (in senso negativo) il matrimonio tra Loredana e la leggenda del tennis Bjorn Borg. Proprio per lui venne scritta Mi manchi – la canzone più calda della serata – la cui intensità vocale ed emotiva sarebbe capace di sciogliere tutti i ghiacciai del pianeta lasciandoci affogare in mezzo a un mare di cuori spezzati. Per questo alla fine del pezzo ci ritroviamo tutti aggrappati alle poltroncine del teatro come se ci fosse venuta davvero a mancare la terra sotto i piedi.

Una volta sgretolata la prigione di ghiaccio dove teniamo al sicuro i nostri cuori quando non vogliamo soffrire, Loredana decide di trafiggerci con i mille raggi delle sue mille lune. Siccome non basterebbe un articolo, ma nemmeno un universo intero per contenerle tutte, ci limitiamo a quella più importante, scritta dopo la morte di Mia Martini, quella Luna che viene mandata affanculo nel primo verso di rabbia contro tutto e tutti, quella a cui chiede che fine ha fatto “Lei”? che fine ha fatto Dio? e che fine ho fatto anch’io? in un dialogo senza risposte e senza vie di fuga perché nessuna fuga ha più senso ormai: come si sta male / a stare così soli / a navigare a vuoto / in mille direzioni.
È sicuramente questo uno dei momenti più toccanti del concerto, la voce di Loredana sembra andare anche oltre quelle che sono le sue umane possibilità, forse proprio perché chi vorrebbe raggiungere non fa più parte di questa umanità.

Dopo uno sforzo del genere non può fare altro che concedersi un momento di tranquillità, che viene sfruttato per omaggiare l’amico Pino Daniele con la sua Buongiorno anche a te, unico frangente della serata in cui la tigre di Bagnara Calabra sembra essere davvero pacificata con il resto del mondo, mentre sullo sfondo scorrono le immagini dei vicoli di Napoli.
L’altra canzone scelta, invece, per omaggiare ancora Mimì è Inno (dal suo È proprio come vivere del ’74) ma Loredana proprio non ce la fa a cantarla, anche perché se è vero che quando si emoziona troppo si dimentica le parole, qui allora rischierebbe di rimanere tutto il tempo in silenzio. Per questo cede il microfono all’amica Aida Cooper.

Il concerto prevede anche due medley di canzoni meno note al grande pubblico.
Il primo è un canto brasileiro composto per l’appunto da tre pezzi del cosiddetto periodo brasiliano di Loredana, quello in cui si era infatuata del crogiolo musicale del musicista Djavan di cui rifà Esquinas, cantata direttamente in portoghese, Petala e soprattutto Jazz dove la combinazione tra la musica d’oltreoceano, il testo tradotto in italiano da Ivano Fossati e l’interpretazione di Loredana crea una magia che non sai più da dove arriva, ma c’è, così come quel senso di speranza nel futuro di cui si parla nel testo: Ma quest’anno stelle del mare come sarà? / Ci vuole più forza e chissà se verrà / barca o rondine a curarci accanto al sogno / Da dentro il cuore, dall’anima o da dove sarà.

Il secondo medley invece contiene il pezzo contro la guerra e l’America assassina Indocina (da Normale o Super del ’76) e due pezzi estratti da Traslocando, Madre Metropoli (cover di Les Caves de l’amour) e Stare Fuori altro Fossati d’annata che ci insegna a “volere bene al tempo” e a “stare soli”, che è un po’ più che un’arte o come diceva Carmelo Bene “è già un eccesso di compagnia”.

Come tutti sanno, la collaborazione con Fossati ha generato anche altri due dei più grandi successi della Bertè, che non potevano certo “re-stare fuori” da un concerto come questo: vengono eseguiti uno dopo l’altro, in quello che diventa automaticamente il momento più alto della serata (sì lo so l’avrò già detto mille volte, ma in questo concerto ci sono un sacco di “momenti più alti della serata”).
Prima tocca a Dedicato, forse il primo caso di canzone auto-dedicata della storia “ai miei pensieri / a com’ero ieri / e anche per me” e forse anche l’unico caso di canzone che si insulta da sola “e questo schifo di canzone non può mica finire qui”. Ma soprattutto un rarissimo caso di canzone capace di arrivare a tutti i dimenticati, gli sbandati e gli emarginati del mondo, “a chi non ce la fa più e va sempre più giù” con il suono della chitarra che sembra quasi accompagnarti in questa discesa verso il basso. Un pezzo che è qualcosa di molto vicino alla poetica di Rick Moody e al suo sfarfallio delle occasioni perdute dove “i tossici e i masochisti e le puttane e quelli che hanno sprecato tutto nella vita sono la più lucente corona d’angeli in cielo”.

Poi parte Non sono una signora con “la fretta del cuore” ed è il degenero, tutti, ma proprio tutti, sia uomini che donne, la cantano a squarcia gola come se fosse l’ultima canzone della loro vita perché ognuno dei presenti qui è “una foglia d’argento che vorrebbe inseguire il vento, ma non ce la fa”.
Infine tra i pezzi nuovi meritano sicuramente una menzione d’onore Libertè e Anima Carbone che sono due abissi, un pozzo che guarda il cielo.
Per cantare la prima Loredana si presenta con addosso la camicia di forza come sulla copertina dell’album, solo che qui l’unica forza è lei e ce lo urla chiaramente in faccia: niente potrà farle più male finalmente!. Per la seconda non gira nuda sotto l’acquazzone come dicono i suoi versi, ma fa riprodurre una finta pioggia sul maxischermo e mette a nudo la sua anima.

Non fosse che poi c’è la luna che ci viene a bussare. E lo so che avevo detto non avrei parlato delle altre lune. Ma questa è una a cui non avevano mai aperto la porta, una a cui aveva detto di no persino il mare, una per cui non c’era più tempo, una che per usare sempre le parole di Rick Moody era arrivata all’ultima spiaggia e aveva trovato le indicazioni per l’ultima spiaggia successiva, una che aveva visto la fine e aveva scoperto che c’erano un’infinità di altre fini possibili. Una che è scesa nei bassifondi e alla fine almeno qui per una volta ha trovato la fortuna.

A fine concerto mentre guardo Loredana andare via felice e fiera rivedo in lei tutte le mie cantanti preferite del passato. Quelle di cui mi ero innamorato semplicemente guardando le foto sulle riviste musicali, e di cui piano piano ho visto sfiorire la bellezza a causa del passaggio inevitabile del tempo: da Debbie Harry dei Blondie a Stevie Nicks dei Fleetwood Mac, passando per Marianne Faithfull e Joan Jett. In particolare, però, ce n’è una che me la ricorda più di tutte le altre ed è Nico, la musa di Andy Wharol che viene ricordata quasi sempre per la sua bellezza e per aver cantato con i Velvet Underground sul famoso disco della banana, ma che in realtà ha inciso anche diversi album solisti bellissimi. Nel film sui suoi ultimi anni di vita (Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli) c’è una scena in cui la protagonista, sempre più abbandonata al suo declino, chiede al suo agente di leggerle alcuni versi che l’hanno particolarmente colpita, tratti da l’”Ode all’immortalità” di William Wordsworth:
Benché non ci sia niente che possa riportare
l’ora dello splendore nell’erba,
la gloria nel fiore,
noi non ci dorremo,
ma troveremo forza in ciò che rimane indietro
.

Nico non è molto d’accordo sulla parola “indietro”, per lei se una cosa “rimane” vuol dire che non viene lasciata indietro ma anzi è avanti. Anche se si tratta di un dolore, Nico vede il ricordo come qualcosa che si apre davanti alla propria persona, qualcosa che ti dà la forza proprio perché la vedi davanti a te. È così che Neil Armstrong è arrivato sulla luna, perché aveva con sé il dolore di una figlia piccola morta di cancro, voleva arrivare lassù anche per lei, la vedeva davanti, così come aveva davanti agli occhi anche tutti i suoi compagni che erano morti nel tentativo di compiere l’impresa.
Credo che in certo senso anche per Loredana la morte della sorella sia un po’ così, le dà la forza perché è rimasta lì, non indietro, davanti. Loredana Bertè, magari non sarà una signora, ma una grandissima artista sì. Forte e oscura come l’altra faccia della luna, ma al tempo stesso luminosa e fragile come quella “Stella di carta” che non canta ma che semplicemente è.
Un diamante. Fragile e indistruttibile.
Siamo di pasta diversa,
io seguo un altro destino,
se vado incontro alla notte
se ho le costole rotte
è per vedere il mattino

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Redazione

Foto di Ufficio stampa - Testo di Andrea Pazienza

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