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Lo spettacolo orchestrale di Max Gazzè è ambizioso ma decisamente riuscito

Teatro dell’Opera, Roma, 3 aprile 2017. La prima data di Alchemaya, il nuovo spettacolo di Max Gazzé dopo il Maximilian Tour, meritava una cornice importante come quella del Teatro dell’Opera. Pieno, si intende, e con gradite facce conosciute tra il pubblico: Carmen Consoli e Niccolò Fabi sono accorsi ad ascoltare la prima fatica operistica di Max, scritta col fidatissimo fratello Francesco.

Alchemaya non è facilmente e immediatamente comprensibile: l’opera è offerta con un libretto notevolissimo che contiene i testi, i recitati e gli splendidi disegni simil tattoo dei fratelli Gazzè. La narrazione invece è affidata alla voce impostata di Ricky Tognazzi, che entra sul palco dalle diverse quinte a seconda dei vari momenti.

Lo spettacolo scorre in un’ora e dieci di pensieri “esoterici”, mistici richiami alla genesi (intesa sia biblicamente sia scientificamente) e approfondimenti culturali che mostrano al pubblico la parte più filosofica e insieme distaccata del compositore Max Gazzé. Sicuramente misterioso e profondo, Alchemaya soffre un po’ l’impatto della prima volta di fronte ad un pubblico eterogeneo (anche se la data zero si è tenuta il 1 aprile a Spoleto), ma fosse anche solo un divertissment del suo scrittore, ha il pregio di far deviare Gazzé verso nuovi orizzonti, come un esploratore che si mette in viaggio per dare ascolto ad un moto interiore, anche se ancora non sa bene davvero cosa stia cercando.

Gli applausi non mancano e dopo una prima parte dedicata all’opera sinfonica, Max smette i panni del compositore con un cambio di giacca – in velluto viola alla faccia delle superstizioni teatrali – per lanciarsi in un best of delle sue canzoni. D’altronde molti suoi fan sono qui per questo: si comincia con una Il timido ubriaco che si apre sul ritornello grazie alle percussioni morbide e all’orchestrazione più che gentile.

“Allora? Forse devo dire io qualche cosa… avete assistito a questa follia di Alchemaya…” sorride dopo un paio di pezzi nel suo territorio. “Il primo atto era strutturato attorno ad una narrazione. Nel secondo, facciamo un po’ come c***o ci pare” e il pubblico ride, sciolto il timore reverenziale suscitato dall’ambientazione teatrale. L’orchestra dà il suo meglio nell’arrangiamento saltellante de Il solito sesso, cantata da Max con delicata sicurezza. Lo stacco con l’eterea prima parte è notevole: il pubblico sarà pure compassato, ma è come se avessero slegato la corda a Gazzé, più centrato e terreno.

L’alternanza tra momenti più soft e altri più carichi è ben orchestrata, è proprio il caso di dirlo: dopo la struggente Nulla, Max Gazzè si gode La vita com’è, che con i quaranta elementi sul palco diventa un capolavoro da Moulin Rouge o brass band anni Trenta, con tanto di schioccare di piatti e le migliori dinamiche nelle sviolinate.

Ma la carriera di Gazzé come cantautore non sarebbe stata la stessa se non avesse potuto poggiare sul fondamentale sodalizio con Francesco, come spiega lui stesso: “Il meccanismo di scrittura con mio fratello è molto semplice, è come un barometro emotivo: guardo lui che si emoziona, io mi emoziono perché lui si emoziona” racconta Max per introdurre Se soltanto, brano inedito e inaspettato.

Il cantautore è a suo agio e forse il ruolo dello stralunato istrione sul palco è per lui quello definitivo. Nonostante non imbracci mai il suo fidato basso, ormai ha una confidenza che gli permette anche di dominare la potenza di fuoco dell’orchestra. E dire che gli energici musicisti praghesi lo coprono in più punti su Cara Valentina, forse uno dei suoi brani più belli e famosi, che si chiude con il coro del pubblico e dei musicisti chiamati in causa dallo stesso Gazzé. È il capo di casa Max a chiamare le accordature in un breve momento di pausa ludica, prima di riprendere il concerto con gli ultimi brani, dove spicca una trascinante versione di Sotto casa.

Il bis si snoda su tre livelli: il dolcissimo secondo inedito Un brivido a notte, un’originale versione di Una musica può fare – che sembra provenire da una stropicciatura divertente di Wagner intrisa di anni Ottanta, egregiamente condotta dal Maestro Clemente Ferrari – e si chiude definitivamente con i ringraziamenti finali e Verso un altro immenso cielo.

A fine serata, non si può che convenire sul fatto che Alchemaya è uno spettacolo eccellente. Non solo perché permette a Gazzè di esprimere liberamente la sua parte più cerebrale, ma anche perché con esso il cantautore romano ha voluto rischiare, spogliando le sue canzoni della sicurezza pop per affidarle all’ostico (solo sulla carta) mondo della musica classica. Max Gazzé ha giocato, si è divertito e ha pure vinto. I fan non possono che ringraziare un artista vero nel pieno della sua intelligente maturità.

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Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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