Onstage
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MC50 a Milano: Wayne Kramer non arretra di un millimetro

C’è una città in America conosciuta da tutti come ‘Motor City’, la capitale della automobili. E’ Detroit, una città alienata dai processi produttivi, un calderone di violenza criminale, di standardizzazione modernista dove l’umanità è schiacciata dagli interessi. Da lì provengono gli incendiari MC5, pionieri di un suono e di un istinto rivoluzionario pompato a tutto volume dalle chitarre, dalle urla e dagli slogan. Quel ‘Kick Out The jams, Motherfuckers!’ ha aperto gli occhi e indicato la strada a generazioni di musicisti.

Dopo 50 anni dall’uscita di quell’album di esordio registrato al Grande Ballroom di Detroit nel 1968, Wayne Kramer porta l’evento tributo denominato MC50 anche in Italia con un concerto di puro spirito punk rock all’Alcatraz di Milano.
Kramer è l’unico della band originaria a calcare il palco questa sera. Gli unici rimasti in vita sono lui e il batterista Dennis Thompson, che è rimasto fuori dal progetto. E’ il solo Wayne pertanto a dover incarnare tutto lo spirito di quell’esordio, a rispondere all’esigenza dichiarata di proporre lo stesso movimento sovversivo a questo mondo attuale, che in tante cose gli ricorda quello di cinquant’anni fa. Soprattutto in quelle negative. Per dare potenza e credibilità a questo progetto Kramer si circonda di una band di All Stars incredibile.

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Puntuali come un orologio, gli MC50 salgono sul palco alle nove e davanti ai nostri occhi si parano dei mostri sacri della musica rock e indipendente. Eccoli, a creare un muro ritmico devastante il batterista dei Fugazi Brendan Canty e il bassista dei Faith No More Billy Gould, fautori di una prestazione eccellente, concentrati, precisi e potenti. Il frontman è uno spettacolo a se, Marcus Durant degli Zen Guerrilla è un omone gigantesco con gli occhialoni neri sommersi da una chioma ricciola e una voce profonda e aggressiva, un teatro sonoro e visivo di grande impatto. Suo è il compito di sostituire l’ex cantante Rob Tyner.

Come contraltare all’impressionante animosità del settantenne Kramer c’è il chitarrista dei Soundgarden Kim Thayil, che nell’inusuale veste di chitarrista ritmico appare il solito timido e introverso barbuto con cuffia in testa, ma a tratti l’entusiasmo e il magnetismo della band, che funziona alla grande, sembrano alleggerirlo di qualche responsabilità e spunta addirittura un sorriso.
In altri momenti invece lo si vede suonare mentre fissa il vuoto in un imprecisato punto davanti a lui, in quella zona franca tra il palco e i primi spettatori, come se gli mancasse qualcosa e lui avesse la certezza che non possa ritrovarla. Ma questa è un’altra storia.

La super band fatta di musicisti che tanto devono alla musica seminale degli MC5 è più professionale, composta e ragionata di quella del ’68, ma mantiene l’incisività del messaggio e del rock puro. Quello vero, svestito di ogni moda e influenza. Kramer ha un’energia indomabile. Credo di averlo addirittura visto sculettare. 70 anni: detta i tempi a tutti i musicisti sul palco, aggiunge agli assoli e ai riff un’espressività corporale unica che fa ben capire come questa musica possa veicolare messaggi così potenti.

In mezzo alla riproduzione per intero dell’album storico Kick Out The Jams (iniziando da Ramblin’ Rose, passando per il rock grezzo e blues di I Want You Right Now fino all’eccitante duetto di chitarre di Starship), Kramer si impegna un sacco a sciorinare gli slogan vocali di un tempo, da ‘Are You ready To Testify!’ a ‘Now It’s time to..’. Anche Back In The USA e High Time sono tributati, ovviamente. Particolarmente incisivo il rock classicissimo di Baby Won’t Ya e Call Me Animal, con la gemma dell’intensissima ballata Let Me Try, interpretata con eleganza e passione da Durant.

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Avevo già incrociato gli MC5 nelle mie scorribande musicali, in un lontano 2004 a Bologna durante un Independent Days Festival. Ma allora non avevo capito molto del contesto musicale di questo gruppo, se non quella Kick Out The Jams che già avevo sentito suonare da gente come Rage Against The Machine, Jeff Buckley e Pearl Jam, per dirne alcuni.

Questa sera, vedere Kramer denunciare il ‘fool’ che sta a capo del suo Paese, e sentirgli dire amaro e ironico che ha sentito che anche qui da noi succede una cosa simile, ha acceso in me un fuoco che tutti abbiamo, più o meno sopito. E’ un nucleo di rabbia e indipendenza, un allarme che scatta quando ti senti depredato dei tuoi diritti primari, quando vuoi fare sentire la tua voce fuori da un coro. Kramer urla che bisogna lottare, votare e amare, e questo vale ora come cinquanta anni fa e probabilmente sarà così tra altri cinquanta.

Questa sera ho imparato una lezione. Che molte cose cambiano, sempre. Ogni giorno. Le persone ci lasciano, il contesto intorno a noi cambia. Quel settantenne indiavolato che fa ancora vibrare la sua Stratocaster colorata con la bandiera americana mi ha urlato in faccia che finché vive la passione, fino a che esalerò l’ultimo respiro, la musica vivrà a sua volta. Con lei tutti gli insegnamenti, gli amori, i sapori che ha portato con se in una vita intera. Anche se sarai l’ultimo rimasto, the last man standing, dovrai sempre gridare quel Kick Out the Jams, che Kramer diceva usassero in quella Detroit per far capire agli altri gruppi di smettere di suonare e di levarsi dalle scatole, perché era il turno degli MC5. E così è ancora, nel 2018. Il potere della musica è questo.

Le foto del concerto

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Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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