Onstage

Michael Kiwanuka è l’ambasciatore della magia del soul e del blues

La musica di Michael Kiwanuka ti fa assaggiare il sapore della polvere terrosa che emanano le giornate calde, ma è anche in grado di rinfrescarti come il miglior mojito bevuto sulla spiaggia. Per il suo concerto solista, dopo aver aperto per i Radiohead a Firenze e Monza, il chitarrista e cantante sfida le luci del giorno che finisce, immergendosi in un’atmosfera perfetta per lui.

La Cavea dell’Auditorium è per orecchie fine ma per fortuna Michael è uno di quelli che soddisfa anche i melomani più esigenti: puntuale sul palco, una band giovane e affiatata che sembra spuntare dai migliori film sugli anni Settanta (Almost Famous su tutti), pochi fronzoli e parole. È la musica a parlare.

Le canzoni di Michael Kiwanuka sono orecchiabili e ben costruite, ma fanno percepire radici profonde: un’anima blues e soul graffia prepotente le melodie solo apparentemente facili. Il suo modo di schiacciare le note l’una contro l’altra sembra emergere dall’intensità delle work songs, come nell’intro strepitosa di Black Man In A White World, dove la potenza coinvolgente della voce di Michael trasporta il pubblico in un battimani collettivo, con due ragazze che si mettono persino a ballare in platea.

Michael Kiwanuka scrive canzoni che assecondano i viaggi. Sa stimolare le emozioni e le convoglia in una pluralità di introspezioni. C’è rabbia, amore, delusione, sentimento, tristezza, nostalgia, disperazione nella voce rotonda che canta “show me love, show me happiness, help me lose control”, ma il controllo lo fa perdere al suo pubblico.

È come se le sue note riuscissero a stimolare quelle sottili venature del vinile che rendono il suono più caldo e avvolgente: Michael Kiwanuka è un bluesman dei giorni nostri, ha saputo aggiornare la figura impolverata del chitarrista dandogli quella lucidata di soul che gli serviva. Ci aveva provato anni fa John Mayer, ma qui siamo su altri, altissimi livelli.

Quando Kiwanuka imbraccia la chitarra acustica per introdurre brani più lenti e dolci come I’m Getting Ready e Rest, la delicatezza di esecuzione mostra il lato più morbido del cantautore. Il pubblico non parla e nemmeno respira, proteso a raccogliere anche l’ultima sillaba che si ingola nell’accordo finale. Il silenzio è un’arma potente: quando riesci a zittire il tuo pubblico e a rapirlo in concentrazione, significa che la magia è compiuta.

Il concerto non è esageratamente lungo; Michael Kiwanuka non sembra il tipo da cantare qualcosa che non gli appartenga davvero, quindi cover non ne suona. Per il bis rientra da solo e imbraccia la chitarra acustica per Run Like The Breeze, la band lo raggiunge per l’attesissima Home Again che il pubblico prova ad accennare in coro prima che una signora zittisca debitamente tutti. E fa bene, perché questo pezzo è una gemma che merita la massima attenzione.

Si chiude con lo splendore assoluto di Love & Hate, non c’è altro modo di definirla. Abbiamo assistito al compiersi di una promessa, o forse allo svelamento definitivo di un musicista vero, in grado di emozionare suonando semplicemente due note. Privo di sovrastrutture e fronzoli, luci al minimo, spettacolarità contenuta, la grandiosità essenziale della musica nella sua firma più pura e umile: questo è Michael Kiwanuka.

Michael Kiwanuka Roma 2017, la scaletta del concerto del 22 giugno

Cold Little Heart
One More Night
Falling
Black Man In A White World
A Place I Belong
I’m Getting Ready
Rest
Rule The World
Final Frame
Father’s Child

Run Like The Breeze
Home Again
Love & Hate

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