Onstage
Mogwai Roma 2017 foto concerto 28 ottobre

A Roma i Mogwai rendono il concerto dal vivo un’esperienza di ascolto purissima

Può un concerto rimettere in asse il senso dell’ascolto dal vivo come esperienza collettiva di silenziosa condivisione? Sì. È quello che è successo all’Atlantico di Roma con la data del tour 2017 dei Mogwai, tornati nella Capitale a tre anni di distanza dal precedente appuntamento. Una solidità discreta la loro, fatta di canzoni e atmosfere calibratissime. Ad aprire il live ci sono le tre giovani Sacred Paws con un set che il poco pubblico già presente accoglie con discreto trasporto: le ragazze sono brave e divertenti.

Ci vogliono le 21.30 perché i Mogwai salgano sul palco, muniti di bicchieri di vino rosso e sorrisi. “È bello essere tornati a Roma” dichiara il frontman Stuart Braitwhite alzando il calice al cielo. L’atmosfera si fa subito seria ed evocativa: la band scozzese ha voglia di farsi sentire dal vivo, per sentire intendiamo proprio a livello di volume. È come veder plasmare di fronte a sé il titolo di uno storico libro di Lester Bangs (uno dei critici musicali più citati senza che quasi nessuno sia mai riuscito a leggerlo per davvero, un po’ tipo la Bibbia): Guida ragionevole al frastuono più atroce. Qui non si parla di atrocità ma di rumore possente, vivo e pulsante, che riesce a farsi voce e racconto di qualcosa pur non puntando decisamente sul cantato. L’intro di piano di I’m Jim Morrison I’m Dead viene glorificata da un boato soddisfatto. I crescendo che strutturano le canzoni dei Mogwai riescono davvero ad espandere, e contemporaneamente colmare, gli spazi dell’Atlantico.

Chi si aspettava un concerto sottotono di sicuro aveva sbagliato serata o aveva sottovalutato di superbia le capacità dei Mogwai di stare fisicamente sul palco e di tenere altissima l’attenzione di chi ascolta. Non c’è tempo per le distrazioni. Sui riff solitari in punta di plettro cala un silenzio irreale ad un concerto, che spiega anche al più novello degli ascoltatori il concetto di dinamica in musica. Su questo punto fondamentale gli scozzesi hanno pochi rivali e lo dimostrano con un live compattissimo, poco inframmezzato di parole e ricco di note, qualche raro e caloroso “grazie” di Stuart e un pubblico totalmente assorbito dallo show, come chi scrive non vedeva da tanto tempo. Un pubblico sereno, lontano dai fanatismi esagerati, estremamente rispettoso della performance, tanto che anche le chiacchiere diventano bisbigli minimi nei punti di massima intensità del concerto. C’è una concentrazione piacevole nell’aria, con la presenza di chi sa di aspettarsi un certo tipo di live: niente di sacro o religioso, semplicemente il gusto di entrare in una partecipazione collettiva pulita.

Peccheremmo di presunzione entrando troppo nei dettagli, perché i Mogwai sono uno di quei gruppi che dal vivo vanno vissuti. Non solo ascoltati, proprio interiorizzati tenendo entrambi i piedi dentro il cerchio magico di post rock ed elettronica che sono in grado di disegnarti intorno. Ipnotizzano con vaga dolcezza, i cellulari restano tendenzialmente in tasca per non perdere un minuto di attenzione preziosa. Nella loro tranquilla inquietudine fanno il giro del rumore e regalano una sensazione di rilassatezza inusuale per questo tipo di concerti. Si finisce dopo un’ora e mezza circa di musica vera con una doppietta decisiva, Every country’s sun e la potentissima Satan, con la quale i Mogwai chiudono non solo il concerto ma anche il legame con la data di Milano aperta proprio da questa canzone, in grado di catturare e accompagnare in un nuovo viaggio notturno. Sono passati vent’anni dal primo singolo e molto è cambiato, anche per i Mogwai: ma di certo non la loro capacità di coinvolgere anche il più lontano degli ascoltatori.

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Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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