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Norah Jones ha recuperato le sue origini musicali e tutto il suo fascino

Milano, Teatro Arcimboldi, 8 novembre 2016. Il ritorno sulle scene di Norah Jones è una delle note più piacevoli degli ultimi mesi. Figlia d’arte, un incredibile successo planetario alle spalle con milioni di dischi venduti, Norah è tornata in punta di piedi, ripartendo da dove tutto era iniziato. Dall’esordio è cambiato molto: è diventata mamma, ha fatto l’attrice e si è concessa una scappatella musicale con il pop mainstream. La ripartenza è affidata alle sonorità a lei più consone, alle atmosfere smooth e jazz che avevano fatto innamorare tutto il mondo ad inizio della sua carriera musicale.

La prima delle due tappe italiane a supporto del nuovo lavoro DayBreaks va in scena nel bellissimo Teatro degli Arcimboldi, forse il posto più adatto ad esaltare i suoni caldi dell’artista americana. Sorriso ammiccante, vestitino nero, stivali, la Jones inizia suonando ad uno splendido pianoforte a coda la title track dell’ultimo lavoro. Un gioco di luci accompagna l’incedere del pezzo, che fin da subito rivela un sound perfetto. Si prosegue con una conturbante versione di I’ ve Got To See You Again e il garbo di Out On The Road. Norah è pacata, di poche parole: «Il mio italiano non è buono» dice, prendendosi un caloroso applauso.

Il dialogo con i fan è ridotto al minimo: molti sorrisi, molti ringraziamenti, spesso accompagnati dalla presentazione degli ottimi musicisti che la accompagnano. Lo spazio è tutto per la musica e a parlare ci pensano la bellissima Sinkin’ Soon – che ci catapulta in un jazz club americano degli anni Trenta – e una sofferta versione di Tragedy, tra i pezzi più belli del nuovo lavoro. Durante l’esecuzione dei molti brani in scaletta, Norah maneggia senza indugi la chitarra elettrica e quella acustica, passando in rassegna liriche, colori ed atmosfere dell’America più profonda, fra temi sociali e omaggi agli artisti che la ispirano. È solare nel proporre Long Way Home di Tom Waits – canzone presente nei suoi show fin dagli esordi – e delicata sulle note di Don’ t Be Denied di Neil Young, che fa parte dell’ultimo album. Un pensiero va poi all’America che vota con My Dear Country: la canta da sola al piano e la timbrica luminosa della sua voce viene fuori in tutta la sua singolarità. Il pubblico gradisce con compassato entusiasmo ed accompagna il ritmo di Flipside e Carry On, che chiudono la prima parte del concerto.

La piacevole sorpresa arriva nei bis: la band si presenta in formato “traditional”, completamente umplugged, con tanto di dobro, contrabbasso, tamburo a tracolla e microfono panoramico, proprio come si faceva agli inizi del ‘900.  Norah è al centro, imbraccia una chitarra acustica e canta successi come Sunrise e Creepin’ In, chiudendo con How Many Times Have You Broken My Heart, il suo personale tributo ad uno dei padri della musica a stelle strisce, Hank Williams. La Jones è tornata a parlarci con il linguaggio musicale con cui ci ha sempre affascinato: mite, gentile e toccante.  Avevamo semplicemente bisogno di questo, in questo momento.

Le foto del concerto

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Claudio Morsenchio

Foto di Elena Di Vincenzo

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