Onstage
panic at the disco milano 2016 recensione foto 4 novembre

È sul palco che i Panic! At The Disco danno il meglio

Fabrique, Milano, 4 novembre 2016. Uno dei mantra più diffusi tra chi scrive di musica recita più o meno così: “per capire il valore di una band, devi vederla dal vivo”. Nel caso dei Panic! At The Disco è una fortuna, perché esistono poche altri in grado di vantare un tale plusvalore tra il lavoro in studio e la resa dal vivo. Non che i dischi siano da sottovalutare, ma anche quelli che proprio non ce la fanno ad accettare una band dal target prevalentemente adolescenziale della quale è impossibile individuare il genere, anche loro, dal vivo, sarebbero costretti ad ammetterlo: sul palco i Panic sono eccezionali. La quasi totalità del merito è da attribuirsi a Brendon Urie, il tarantolato frontman che è anche il solo membro della formazione originale rimasto, l’unico superstite di un ammutinamento che avrebbe messo in ginocchio tanti progetti, ma non questo.

Il concerto di Milano è l’occasione per dimostrare al pubblico italiano che non solo Brendon è ancora in grado di fare ottimi dischi – come il nuovo Death Of A Bachelor – ma anche che, con i suoi fidati turnisti a comporre i rinnovati Panic! At The Disco, è in grado di offrire uno dei migliori live act della scena alternative.

Lo show al Fabrique si apre come di consueto con Don’t Threaten Me With A Good Time, estratta dal quinto e ultimo album, e Urie si presenta on stage con la sua stilosissima giacchetta rossa. Il pezzo è una formidabile dichiarazione d’intenti: si tratta di una performance esplosiva, teatrale. Intrattenimento puro. Allo stesso tempo la platea fornisce risposte adeguate, cantando a squarciagola e saltando senza risparmiarsi. È un pubblico giovanissimo e anche se il testosterone non manca, è la quota rosa a prevalere. Con le dovute proporzioni sembra di assistere alla stessa isteria che colpisce le incallite fan dei Depeche Mode al cospetto di Dave Gahan. Ma d’altra parte Brendon Urie sa dominare la scena come pochi altri frontman della sua generazione, appare incredibilmente sfacciato – come solo chi ha il coraggio di affermare “vorremmo diventare i nuovi Radiohead” può essere – e dalla faretra sembra poter estrarre infinite frecce per il proprio arco.

Dopo i cori e i synth di Vegas Lights, la folla impazzisce sulle note di The Ballad Of Mona Lisa – unico brano oltre a Ready To Go ad essere estratto dal quarto disco Vices And Virtues – poco prima di sentire la voce di Brandon toccare il tetto del Fabrique durante il gospel pop di Hallelujah. Il pastore Urie guida le voci di quelle due o tre migliaia di pecorelle smarrite, ma anziché condurre quelle anime perdute verso la retta via, le spinge a perdere ogni freno inibitore durante Time To Dance, poco prima di iniziare la sua demoniaca trasformazione con Emperor’s New Clothes.
A metà serata arriva l’unica canzone estrapolata da quel particolare capitolo discografico del 2008 che è Pretty. Odd. Il resto della scaletta continua ad esplorare in lungo e in largo Death Of A Bachelor, a partire da Crazy=Genius, durante la quale Brendon scocca un’altra delle sue frecce. Tra i suoi tanti talenti infatti c’è anche quello di sapersi destreggiare alla batteria, così inscena una tamarrissima battaglia dietro le pelli con il batterista Daniel Pawlovich – e tra altri pezzi dell’ultimo disco e la bellissima cover di Bohemian Rhapsody dei Queen si arriva alla conclusione del primo set.

L’encore si apre con I Write Sins Not Tragedies, dall’esordiente A Fever You Can’t Sweep Out, e si chiude con l’accoppiata This Is Gospel e Victorious, portando a termine un concerto che da quel mantra iniziale ha solo da guadagnarci. Ora è chiaro il valore dei Panic! At The Disco?

Le foto del concerto

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Umberto Scaramozzino

Foto di Francesco Prandoni

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