Onstage
Pearl Jam I-Days Milano 2018 foto concerto 22 giugno

A I-Days i Pearl Jam scacciano tutte le paure dei fan con un live emozionante

Che il secondo giorno di I-Days 2018 fosse quello più atteso, penso sia possibile dirlo senza fare torto a nessuno. Non è un caso che per il gran ritorno in terra italica dei Pearl Jam 60mila persone si siano radunate ai piedi del main stage di I-Days rimasto nel congelatore fino ad oggi. Forse era proprio dai tempi dell’Expo che le distese di cemento del Parco EXPerience Milano non venivano calpestate da così tanta gente tutta insieme.

Alle 18 salgono sul palco i Catfish and the Bottlemen, formazione gallese alternative rock che scalda i presenti con le loro chitarre aggressive, dal suono tagliente, ma a tratti troppo impastato. Seguono gli Stereophonics che, dall’alto dei loro 25 anni di carriera, portano sul palco di Milano uno show impeccabile, di una precisione a tratti imbarazzante. Il frontman Kelly Jones non sbaglia una nota nell’esecuzione di gran parte dei successi della band, tra cui Maybe Tomorrow e Dakota. Quando cala il sole e i tecnici di palco portano a termine gli ultimi aggiustamenti per accogliere il grande rock di Eddie Vedder e co, la vera bolgia prende forma.

I Pearl Jam salgono sul palco intorno alle 21:15, il leader stringe tra le dita un quaderno scritto a mano, tema ricorrente della serata. La rockstar ricorda ancora il loro primo concerto milanese: “Siamo molto contenti di essere tornati, ora suoniamo la prima canzone che abbiamo fatto la prima volta qui” legge in italiano davanti a una distesa immensa di persone, “Ma oggi ho bisogno della vostra voce, oggi siete parte della band!”. A quattro anni dal loro ultimo live in terra italica, i Pearl Jam aprono il loro concerto milanese con Release, traccia che chiudeva il leggendario album Ten del 1991. La platea è incontenibile, pur dinnanzi agli evidenti problemi di voce del cantante a cui lui stesso accennava poco prima: pochi giorni fa i Pearl Jam hanno annullato una data in Inghilterra a causa dell’improvvisa perdita di voce del frontman. Il pubblico sembra non farci troppo caso e preferisce apprezzare la buona volontà del 53enne rocker d’oltreoceano, che compensa le mancanze vocali chiamando continuamente a raccolta i fan: si canta e si salta nel pit come nelle ultime file. I ragazzacci di Seattle iniziano a darci dentro con Do The Evolution, sulla quale dalle retrovie iniziano i primi spintoni. Ogni singola parola dei testi è urlata a squarciagola dai 60.000 di Milano, che sono i veri protagonisti della serata. Eddie Vedder li ringrazia spesso e con sincerità, forse consapevole di essere in debito coi presenti per via delle sue precarie performance vocali.

Even Flow spettina gli ultimi spettatori restii a tuffarsi nell’inferno del pit, anche grazie al magistrale assolo del mai domo Mike McCready, che fa venire voglia di pogare fino a domani. Pur con un filo di voce, Vedder non perde quella timbrica che ha permesso ai Pearl Jam di entrare a piedi pari nella Rock n Roll Hall of Fame dello scorso anno: violenta e delicata, sexy e decisa al tempo stesso. Le coppie presenti tra il pubblico iniziano a baciarsi intensamente. Se per via della temperatura che inizia ad abbassarsi pericolosamente, o delle pulsioni erotiche sprigionate dalla voce di Vedder, questo non è dato sapersi. In occasione dell’esibizione di Daughter, che nel finale cita Another Brick In The Wall dei Pink Floyd, arriva una stoccata a Donald Trump, con la frase più celebre del brano dei Pink Floyd modificata in “Ehi, Nielsen, don’t leave these kids alone” (“Nielsen, non lasciare questi ragazzini soli”), in riferimento a Kjersten Nielsen, segretaria alla sicurezza americana che si occupa dei bambini messicani separati dai genitori, al centro dello scandalo di questi giorni.

Uno dei momenti più bizzarri della serata giunge con il brindisi sul palco in compagnia della moglie, l’ex modella Jill McCormick “conosciuta 18 anni fa dopo un concerto al FilaForum di Milano che non dimenticherò mai”, legge di nuovo sul suo quaderno d’italiano. Lo champagne e il brindisi tra i due avviene davanti a tutti, ma c’è anche da bere per qualche fortunato delle prime file, a cui Vedder allunga un bicchiere durante l’assolo di Porch. Premio intensità all’esibizione di Black, durante la quale la band è immersa nel rosso della scenografia mentre, nella penombra al lato del palco, la signora Vedder balla teneramente con le sue due bambine. Un grande classico come Alive manda in estasi la platea con l’ultima grande scarica di adrenalina della serata. McCready è ancora indemoniato: scende dal palco a suonare davanti alle prime file.

Keep on Rockin’ in the Free World è la consueta cover di Neil Young che Vedder intona a fine corsa. Come per magia, sudore e stanchezza sembrano spariti dal suo volto, tant’è che decide di arrampicarsi sull’impalcatura laterale del palco per salutare anche quella parte di pubblico posizionata più lontano. Yellow Ledbetter chiude il concerto regalando ai presenti un colpo d’occhio incredibile: un mare di flash di cellulari e accendini si materializza all’improvviso, come migliaia di lucciole che compaiono nel medesimo luogo in una sera d’inizio estate.

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Michelangelo Paolino

Foto di Elena Di Vincenzo

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