Onstage
Pearl Jam Roma 2018 foto concerto 26 giugno

Il concerto da record dei Pearl Jam a Roma

L’Olimpico è un posto meraviglioso. L’Olimpico foderato di fan dei Pearl Jam in ogni angolo, con il pit e il prato già affollati e caldissimi da ben due ore abbondanti prima del concerto (molti sono arrivati prestissimo sull’apertura cancelli), è qualcosa di indescrivibile. Anche da parte di chi di concerti ne ha visti parecchi, e gli ultimi proprio tutti nello stadio di Roma. C’è nell’aria qualcosa di mistico che somiglia sempre più ad un rito collettivo di incontro, come se il motivo bello per andare ai concerti fosse incontrare gente simile a te, che condivide la tua stessa passione. In questo caso, cinquantamila anime che hanno mandato sold out il prato e riempito abbondantemente tribune, distinti e curve. Per gioire insieme, in fondo. I Pearl Jam riassumono questo genere potente di amore aggregativo del quale sono centro, sanno che è da loro cinque sul palco che si scatena il big bang emotivo. Sono consapevoli della responsabilità di cui i fan li investono e rendono questo amore senza freni, suonando dritti col cronometro che sfora le tre ore, pieni di energia come se trent’anni di avventure musicali non fossero mai passati, con Mike McCready e Matt Cameron in totale stato di spudorata energia.

I Pearl Jam si fanno attendere fino alle 21.18, quando sull’intro di piano i cinque di Seattle danno il via al concerto, come a Milano, con la poderosa spremuta di emozioni di Release. Una sistemata ai volumi bassi della voce di Eddie Vedder e il concerto decolla ufficialmente con Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town. Eddie Vedder, completamente ristabilito, ripete a favore di pubblico romano il siparietto del quaderno, ormai diventato imprescindibile negli show dei Pearl Jam: “Buonasera Roma, come va, come state” chiede. “Vi dico come mi sento io, per questa città che ha fatto molto nel mondo e quanto Roma ha dato per me… personalmente è stato uno dei concerti più importanti della mia vita. Sono passati 22 anni da quando abbiamo suonato qui” grida forte Eddie nel microfono tra gli scrosci degli applausi. “È successo di nuovo, siamo felici di essere tornati a Roma, please enjoy, we’re so happy to be back” conclude il cantante prima di imbracciare la chitarra e lanciarsi nella prima cover della serata, Interstellar Overdrive dei Pink Floyd (le cover altrui, come da tradizione, saranno cinque in tutto). Subito balza alle orecchie il ruolo di rilievo di Matt Cameron, che dietro la batteria detta il tiro del pezzo, assieme a Jeff Ament e Mike McCready che sgancia un paio di assoli dei suoi, lanciatissimi, perfettamente incastonati nelle code dei tamburi e delle pelli di Cameron. Tanta è l’energia sul palco che i Pearl Jam decidono di cambiare la scaletta in corsa, buttandosi sulla carica di Why Go e Do The Evolution, con i fraseggi di Stone Gossard che emergono come sirene dall’acqua.

Con pezzi così lo stadio si infiamma e la voce di Eddie inizi ad avere bisogno di lubrificante: la bottiglia di vino tra le sue mani appare ovviamente come una promessa prima di Pilate, che il frontman ci tiene a sottolineare “È stata scritta da un dio del basso, mister Jeff Ament”, per quel disco molto di svolta che fu (nome omen) Yield nel 1998. Ma la vera bomba della serata è una crudissima Even Flow riportata agli estremi grezzi, inacidita, prolungata da un assolo infinito di Mike McCready che pialla la chitarra come se non ci fosse un domani, e un Matt Cameron che pesta la batteria come un dannato. I due musicisti si prendono il palco e lo dominano, quasi a sottolineare che i Pearl Jam non sono solo Eddie Vedder come troppo spesso tutti pensano. “Siamo un gruppo migliore di 20 anni fa, perché all’epoca non avevamo Matt Cameron” ammette Eddie cantando una canzoncina d’amore al suo batterista. Qualche ringraziamento di rito ed è subito doppietta Wishlist, spogliata di ogni delicatezza, e un’incendiaria Lightning Bolt, della loro ultima produzione forse una delle più fedeli alle origini degli ormai superstiti (e fa male dirlo) del grunge. Persino il nuovo singolo Can’t Deny Me, accolto con tiepido entusiasmo quando rilasciato lo scorso marzo, dal vivo acquista un vigore dettato dalla chitarra di un Mike McCready che nemmeno legandolo riusciresti a fermarlo. Il chitarrista è la guida della serata, indiavolato in tapping e assoli possenti. Dall’altro lato di Vedder, Stone Gossard è il ritmico che chiunque sognerebbe: si prende il suo momento di fama facendo respirare il frontman su Lukin’, affidata alle sue corde vocali gentili.

Una lunga pausa e si riparte tutti schierati sul palco. Vedder suona per la prima volta l’ukulele nello Stadio Olimpico con la sua Sleeping By Myself. La seconda parte del concerto declina verso atmosfere più morbide ma non per questo meno “incazzose”, si apre la porta alle emozioni più struggenti in cui Vedder e soci sono discreti maestri. Per la cover di Imagine di John Lennon, Vedder invoca la pace e chiede le luci dei cellulari accesi: l’Olimpico si trapunta di diamanti, il coro dei 50mila dello stadio è denso di lacrime di gioia. Non vanno dimenticati mai il lato dolce dei Pearl Jam e le loro ballad simbolo, loro che sono probabilmente i re dei lenti rock migliori: Immortality strategicamente a metà scaletta quasi a dare il cambio di passo, Just Breathe che scioglie lo stadio in un applauso a scena aperta, Daughter che diventa W.M.A. intonata da tutto l’Olimpico in call&response con Eddie Vedder. Guai a pensare, nonostante i cambi di scaletta, che potessero mancare gli incredibili inni dell’intera discografia dei Pearl Jam, vale a dire Black e Alive messe come secondo encore, disgiunte da una Rearviewmirror che prosciuga la voce di Vedder e fa sventolare una bandiera lgbt con su scritto “Fuck Trump, Love Life”. Lo sfogo alla coscienza collettiva finisce come da tradizione con Rockin’ In A Free World, a luci accese e a mezzanotte e mezza, con un sonoro (è il caso di dirlo) saluto alle regole del municipio di Roma: Eddie Vedder non se ne vuole più andare. L’ultima voce del grunge resta sul palco a osservare le persone che scemano lentamente fuori dal prato e dagli spalti, nemmeno la musica che chiude definitivamente la serata lo convince a lasciare la scena. Sembra godersi lo spettacolo, marinaio solitario che controlla le onde.

Un concerto così lungo e muscoloso è in realtà il percorso a ritroso che i Pearl Jam hanno fatto fino a qui: dopo aver osato tastiere e chitarre acustiche alla faccia dei puristi, dal vivo restituiscono tutti gli interessi al dio del rock’n’roll. Si impongono con un record personale di 3 ore e 10 di concerto, uno schiaffo in faccia a chi li aveva accusati di approfittare delle partecipazioni ai festival per sfrondare la scaletta. Niente di più sbagliato, va detto a loro difesa. Suonare dal vivo è quello che amano fare, quello che li distingue e li cristallizza in un posto d’onore che non si può scalfire. Lo dico da fan, non hanno tutte canzoni incredibili. A volte sono prolissi, a volte sembra che un po’ godano della propria posizione di intoccabili del rock: ma l’hanno conquistata per vera onestà intellettuale, poco ma sicuro. I Pearl Jam assorbono la loro forza dal pubblico che gliela restituisce in uno scambio continuo e fortissimo. E sanno cosa vuol dire stare in scena in uno stadio. Conoscono, o meglio sono quel che resta del rock vero, crudo, vivo, pulsante, fatto di chitarre distorte e lunghe code di batteria, bassi che si inerpicano sulle pendici del funk e dell’heavy metal. Possono permettersi di sfidarsi e giocare con loro stessi. E sanno farlo come pochi altri.

Scaletta Pearl Jam Roma 2018

Release
Elderly woman behind the counter
Interstellar Overdrive
(cover Pink Floyd)
Why Go
Do The Evolution
Pilate
Given To Fly
Even Flow
Wasted
Wishlist
Lightning Bolt
Again Today
(cover Brandi Carlile)
MFC
Immortality
Unthought Known
Eruption
(cover Van Halen)
Can’t Deny
Mankind
Animal
Lukin
Porch

Sleeping By Myself
Just Breathe
Imagine
(cover John Lennon)
Daughter + WMA
State of love and trust
Black Diamond
(cover Kiss)
Jeremy
Betterman + Save It For Later

Comfortably Numb (cover Pink Floyd)
Black
Rearviewmirror
Alive
Keep On Rockin’ In a Free World
(cover Neil Young)

Foto Pearl Jam Roma 2018

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